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M5s, al via procedimenti per 47 parlamentari non in regola con le rendicontazioni

Il collegio dei probiviri ha stilato la lista di coloro che hanno smesso di decurtarsi lo stipendio nonostante l'impegno preso al momento della candidatura. Chi è messo sotto accusa ha 10 giorni per inviare le proprie controdeduzioni

È iniziata la resa dei conti dentro il Movimento 5 stelle contro chi ha smesso di restituire parte della sua indennità. Dovrebbero essere circa 47 i parlamentari M5s non in regola che verranno giudicati dal comitato dei probiviri. In una nota i capigruppo M5s di Camera e Senato Davide Crippa e Gianluca Perilli confermano che sono in regola la maggior parte dei parlamentari:«L’85% dei parlamentari è in regola con le restituzioni ai cittadini. Per quelli non in regola – ovvero il 15% – i probiviri ci hanno comunicato che, nelle prossime ore, verranno aperti, come da Statuto, i relativi procedimenti». Inoltre, Crippa e Perilli hanno aggiunto che «i provvedimenti per chi non ha rispettato gli impegni presi con i cittadini, al momento della candidatura, saranno commisurati alla gravità della violazione». A questo punto, come previsto dallo statuto del Movimento, a partire dall’apertura del procedimento, chi non è in regola avrà a disposizione dieci giorni per presentare le controdeduzioni.

Da inizio legislatura, hanno ricordato i capigruppo di Camera e Senato al termine del vertice con i probiviri, i parlamentari del M5s hanno restituito «oltre 13 milioni di euro, denaro utilizzato per aiutare i cittadini e le piccole e medie imprese, con iniziative riguardanti sanità, scuola, alluvionati, aiuti alle famiglie delle forze dell’ordine, finanziamenti per il fondo per il contrasto della povertà educativa e il fondo contro la violenza sulle donne», hanno spiegato Crippa e Perilli. Di questi, «tre milioni di euro derivanti dalle restituzioni dei portavoce nazionali e regionali, sono stati impegnati per finanziare progetti di sostenibilità ambientale per i quali le scuole pubbliche interessate potranno presentare richiesta entro il 29 febbraio 2020».

A fine anno era stato diffuso un ultimo avvertimento, pubblicato sul Blog delle Stelle, perché i portavoce si mettessero in regola entro il 31 dicembre, ma non tutti hanno accolto l’invito.La fonte da consultare è il sito tirendiconto.it. La premessa è che – si legge nel portale – «ad oggi devono aver completato la rendicontazione fino al mese di ottobre 2019», e che quindi «i mesi successivi non sono da considerarsi come ritardo». Ma sono comunque dieci i parlamentari che non restituiscono soldi dal 2019. Per la Camera si tratta di: Nicola Acunzo, Nadia Aprile, Flora Frate, Paolo Niccolò Romano, Andrea Vallascas. Per quanto riguarda il Senato, le caselle delle restituzioni a partire da gennaio 2019 sono ancora vuote nel caso di: Cristiano Anastasi, Vittoria Bogo Deledda, Alfonso Ciampolillo, Luigi Di Marzio, Fabio Di Micco, Mario Michele Giarrusso. La senatrice Bogo Deledda è da tempo assente per motivi di salute e, fanno sapere fonti interne al Movimento, non sarà oggetto di provvedimento disciplinare. Solo oggi a Montecitorio il deputato Santi Cappellani, tra coloro che non restituivano la parte dovuta delle indennità, ha deciso di passare al misto.

Il caso dei mancati rimborsi è stato riaperto dopo le dimissioni dell’ex ministro all’Istruzione Lorenzo Fioramonti a fine dicembre scorso, anche lui tra i morosi da circa un anno. Ma non mancano altre contestazioni. Da giorni i morosi rivendicano la decisione di non restituire lo stipendio protestando sul fatto che la procedura «non sarebbe abbastanza trasparente». Sotto accusa soprattutto il fatto che dal 2019 il conto per le restituzioni sia intestato al “Comitato per le rendicontazioni di stipendio e restituzioni” composto da Luigi Di Maio e agli ex capigruppo Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli. «Gli ex saranno sostituiti a breve con i nuovi capigruppo», garantiscono fonti interne. Ma questo non basterà a placare le polemiche. Anche Gianluigi Paragone, espulso per aver votato contro la legge di Bilancio, ha annunciato che farà ricorso e tra le sue contestazioni c’è il fatto che la deputata Fabiana Dadone «è incompatibile». «Non puoi – ha ripetuto – essere nel collegio dei probiviri ed essere anche ministro».

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