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Libia, cosa prevede l’accordo di Berlino

Un cessate il fuoco duraturo, monitorato da comitati tecnici e sostenuto dall'embargo sulle armi. Per poi aprire un vero e proprio negoziato politico che porti a nuove elezioni: le conclusioni del summit disegnano un nuovo percorso per la Libia sotto l'egida dell'Onu

La priorità era arrivare a una tregua duratura in Libia. I partecipanti della Conferenza di Berlino, coordinati dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, sono arrivati a un accordo di massima per il cessate il fuoco permanente, embargo sulla vendita di armi, nessuna ingerenza o sostegno militare da parte di paesi stranieri, avvio di un tavolo politico. Inoltre, Fayez al Sarraj e Khalifa Haftar hanno nominato i membri della commissione militare ‘5+5’ che, secondo il piano di azione della missione Onu, dovrebbe avere il compito di monitorare lo stop alle ostilità e stabilire la linea degli schieramenti. «Un nuovo impulso» alla pace, lo definisce Angela Merkel, mentre per il premier Giuseppe Conte si tratta di un «passo avanti significativo». Nella consapevolezza che «non tutto è risolto», per dirlo con le parole della cancelliera.

In quasi sei pagine, articolate in sette titoli e 55 punti, le conclusioni della Conferenza di Berlino disegnano un percorso, sotto l’egida dell’Onu, per accompagnare la Libia fuori dalla crisi, garantendo un «forte impegno per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale». Senza ingerenze, è il senso della dichiarazione che precisa come «soltanto un processo politico guidato dai libici e dei libici può porre fine al conflitto e portare a una pace duratura». Un documento corposo che affronta anche i nodi economici e strutturali del Paese, nonché il capitolo diritti umani e quel follow up necessario perché il percorso prosegua. Ecco, in sintesi, i passaggi principali delle conclusioni.

Tutte le parti devono cessare le ostilità dismettendo le armi pesanti, l’artiglieria, i mezzi aerei e «tutti i movimenti militari o quelli in supporto nell’intero territorio libico». Viene affidato all’Onu il compito di agevolare i negoziati per la tregua, monitorare e verificare la tenuta attraverso l’immediata creazione di «comitati tecnici».

Rispettare l’embargo sulle armi previsto dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu è l’appello a tutti gli attori affinché si astengano da «attività che aggravino il conflitto o non siano conformi con l’embargo sulle armi o il cessate il fuoco, incluso il finanziamento di capacità militari o il reclutamento di mercenari». Chiesta l’applicazione delle sanzioni Onu contro coloro che «violino l’embargo sulle armi o il cessate il fuoco».

Il secondo step da mettere in campo dopo la tregua è il ritorno al processo politico. Si chiede «la creazione di un Consiglio presidenziale funzionante e di un singolo, unitario, inclusivo ed effettivo Governo nazionale libico approvato dal Parlamento». A cui associare la riforma de settore della sicurezza: «Ripristinare il monopolio dello Stato sull’uso legittimo della forza» e sostegno «alla creazione di forze nazionali libiche di sicurezza, di polizia e militari sotto il controllo centrale della autorità civile».

Proposta la creazione di una Commissione di esperti per rilanciare l’economia del Paese e ribadire che solo la Noc è la compagnia energetica libica legittimata. Si chiede che tutte le parti continuino «a garantire la sicurezza delle infrastrutture petrolifere, rigettando ogni azione mirata a danneggiarle».

Si «sollecita a rispettare pienamente il diritto internazionale umanitario e i diritti umani, a proteggere i civili e le infrastrutture civili». Prevedendo anche la graduale chiusura «dei centri di detenzione». E si riafferma il ruolo dell’Onu ed un impegno della missione Unsmil nel processo mentre è prevista la creazione di un Comitato internazionale di raccordo per seguire il processo.

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