Cinema, musica e “Il grande freddo”

Il cult di Lawrence Kasdan è un insuperato spaccato della generazione del Sessantotto e della contestazione giovanile, indissolubilmente legato al simbolismo della funzione narrativa delle sue musiche. Riscopriamolo attraverso la sua colonna sonora

Compagni di college alla fine degli anni ’60, permeati dagli ideali della contestazione, si ritrovano nei primi anni ’80 al funerale di un amico suicida (ex-motore idealista del gruppo) radicalmente cambiati dalle delusioni del troppo collettivo e trincerati nel nuovo individualismo Yuppie. Sarà la musica ad avviare il “disgelo”, come un riflesso incontrollabile che rituffa i cuori nel tempo che fu e li riapre. Forse solo per la durata del weekend trascorso insieme, forse per sempre. E poi, tante scene simboliche e indissolubilmente legate alla colonna sonora di un film dove la musica diventa storia.

I heard it through the grapevine (N. Whitfield – B. Strong, Marvin Gaye). La Guinness Encyclopedia della musica soul la definisce una canzone “epocale”, e non esagera. È il brano che ha reso celebre in tutto il mondo la voce sensuale di Marvin Gaye, uno dei più grandi interpreti della musica soul, nato nel 1939 a Washington D.C., e scomparso tragicamente nell’aprile del 1984, ucciso a colpi di pistola dal padre dopo una violenta lite.
La sua canzone è diventata una specie di marchio del sound della Motown, leggendaria casa discografia di Detroit che ha sfornato molte star della musica nera, da Diana Ross a Michael Jackson, e che con I heard it through the gravepine ha realizzato le vendite più alte mai raggiunte da un suo disco fino ad oggi. L’attacco del brano è leggendario, la ritmica è tesa, mette in allarme l’attenzione e si contrappone alla vocalità sensuale e fluente di Gaye. Un piccolo capolavoro, che la Motown aveva fatto inizialmente incidere, con scarsi risultati, a Gladys Knight & The Pips. Gaye, che è pure uno degli autori della canzone, decise di inciderla ugualmente, nel 1968, con il successo che oggi sappiamo. Kasdan, consapevole del suo valore simbolico e del suo legame all’epoca d’oro del soul, l’ha scelta per aprire il film e introdurre i personaggi: è diventata così una specie di madeleine proustiana, che da sola rievoca tutto un mondo passato, finito per sempre e per sempre rimpianto.

My girl (W. Robinson Jr. – R. White, The Temptations). È una delle canzoni più popolari del gruppo vocale probabilmente più celebre in tutta la storia della black music. Formati a Detroit nel 1961, da Eddie Kendricks, Paul Williams, Melvin Frank, Otis Williams ed Eldridge Bryant, più tardi sostituito da David Ruffin, i Temptations sono entrati subito a far parte della scuderia Motown. Hanno inciso My girl nel 1965, balzando in cima alle classifiche americane, e quando nel 1992 la canzone è stata ristampata come parte della colonna sonora dell’omonimo film, My girl è diventata ancora una volta una hit.
Quando Barry Gordy, boss della Motown, mise i Temptations sotto contratto, decise di affidarli alle capacità di produttore ed autore di Smokey Robinson, egli stesso un interprete di fama. Robinson seppe sfruttare bene le loro doti vocali, la loro provenienza dalla tradizione doo-wop, il vivace contrasto fra Eddie Kendricks con il suo celebre “falsetto” e David Ruffin con la sua tonalità baritonale, in una serie di dolci ed eleganti ballate.

Good lovin’ (R. Clark – A. Resnik, The Rascals). Scritta da Rudy Clark e Artie Resnik e portata al successo nel 1965 da una band rhythm’n’blues. The Olympics, è stata poi reincisa nell’aprile del ’66 dai Rascals, una band italo-americana, di New York, guidata dal cantante e tastierista Felix Cavaliere, studi classici alle spalle e gavetta in band di doo-wop e soul music, e dal batterista Dino Danelli. Per i Rascals, che insieme al McCoys e ai Righteous Brothers erano considerati negli anni Sessanta gli esponenti più quotati del cosiddetto blue-eyes soul, Good lovin’ è stato il primo brano a vendere oltre il milione di copie. Il gruppo si era fatto le ossa suonando la sua miscela di rock’n’roll e rhythm’n’blues a bordo di un battello, The Barge, trasformato in nightclub alla moda, dalle parti di Long Island, e in scena si presentavano con camicie dai grandi colletti azzurri e knickerbocker di velluto. Look che hanno mantenuto anche dopo essere stati messi sotto contratto dalla Atlantic nel ’65. I Rascals, conosciuti anche come The Young Rascals, si sono sciolti nel 1972. Cavaliere ha intrapreso una buona carriera solista, mentre Danelli qualche anno fa si era unito alla band di Little Steven.

The tracks of my tears (W. Robinson Jr. – W. Moore – M. Tarplin, Smokey Robinson & The Miracles). Quando Robinson e The Miracles la pubblicarono, nel 1965, non fu quel gran successo che è diventato qualche anno dopo, nel ’69, quando la ristampa che se ne fece per il mercato britannico finì dritta nella top ten. La temporanea crisi di popolarità che Smokey e The Miracles, e un po’ tutti i “veterani” della Motown, attraversarono vero la metà di quel decennio, finì per colpire anche dischi che poi invece sono risultati tra i più belli della loro carriera. Così è per The tracks of my tears, una canzone d’amore sulla verità dei propri sentimenti: “Solo se mi guarderai con attenzione – canta Robinson – con gli occhi di chi è veramente innamorato, dietro alle risate e alla falsa allegria potrai vedere le tracce delle mie lacrime”. La canzone è diventata negli anni una sorta di “standard”, ripresa da molti cantanti sia pop che jazz: una versione molto bella è quella incisa una decina di anni fa dalla cantante inglese Carmel.

Joy to the world (H. Axton, Three dog night). Il brano che chiude il film, un vero e proprio inno alla felicità, è stato inciso nel 1971 da questa band di Los Angeles formata nel 1968 da Danny Hutton, che aveva già lavorato come cantante per i cartoni animati della Hanna&Barbera Productions. Hutton aveva cercato senza successo di entrare nei Monkees, quindi aveva avuto l’idea di mettere in piedi una band che avesse non uno, ma ben tre cantanti solisti. Furono reclutati Cory Wells e Chuck Negron, che andarono ad affiancarsi a Hutton, mentre il resto della band fu formata da musicisti di varia provenienza, presi dalla scena gospel e country californiana e persino fra i session men che allora accompagnavano José Feliciano. Una curiosità: il nome del gruppo deriva da un’espressione tipica australiana usata per dire che fa “un freddo cane”. Ed ha origine dall’abitudine dei pastori, quando sono fuori di notte nell’entroterra, di scaldarsi dormendo accanto a un cane: una “notte da tre cani”, va da sé, è una notte parecchio fredda…

Ain’t too proud to beg (N. Whitfield – E. Holland Jr., The Temptations). Un classico del rhythm’n’blues per la scena più citata e più trasmessa del film di Kasdan, quella della cucina. Sono tutti lì e preparano il pranzo, apparecchiano, girano intorno ai fornelli, mentre lo stereo spara a tutto volume la celebre hit dei Temptations. E tutti ballano spostandosi tra la cucina e la sala da pranzo, tutti tranne l’ex fidanzata di Alex, l’unica “estranea” al gruppo, troppo giovane per prendere parte al momento magico in cui il gruppo di un tempo si ricompone e ritrova la sua unità e la sua allegria, sia pure per poco. Nella storia dei Temptations, il brano rappresentò un punto di svolta. A metà degli anni Sessanta erano considerati il gruppo di punta della Motown, e Robinson, che era il loro produttore sin dagli esordi, nel 1966 lasciò il posto a Norman Whitfield. Con lui parecchie cose cambiarono; Whitfield aggiunse una certa crudezza al loro sound, portando in primo piano la voce di David Ruffin, realizzando su loro misura una serie di dischi rhythm’n’blues che portarono la Motown a rivaleggiare con successo con il suono forte e aggressivo degli artisti soul della Stax e della Atlantic. Ain’t too proud to beg fu il primo passo.

(You make me feel like a) Natural Woman l (G. Goffin – C. King – J Wexler, Aretha Franklin). Lei è in assoluto la Regina della musica soul. E Natural woman è, insieme a Respect, il suo inno. Pochi sanno che la canzone, incisa nel novembre del ’67, ha tra i suoi autori un’altra donna, Carole King, cantautrice newyorkese di grande successo sulla scena folk-rock statunitense, amica e collaboratrice di James Taylor. Di quella canzone la Franklin, cresciuta alla scuola del gospel e figlia di un pastore battista molto conosciuto nella comunità afroamericana per la sua forza e la fierezza dei suoi sermoni, ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia: una ballata d’amore che cresce e si gonfia sulla voce piena , calda e potente di Aretha. Ed è singolare che l’autorità e la forza della sua voce non siano sempre state sfruttate nel modo migliore da chi ha diretto la sua carriera, facendola oscillare inutilmente da un genere all’altro. Tornata definitivamente alle radici e ai gospel, il titolo di “Regina del soul” è sempre suo e lo deve in gran parte ai successi degli anni Sessanta.

I second that emotion (W. Robinson Jr. – A. Cleveland, Smokey Robinson & The Miracles). Bob Dylan dichiarò molti anni fa che Smokey Robinson era per lui “il più grande poeta americano vivente”. Poteva sembrare una provocazione, ma di sicuro il compositore, cantante e produttore di Detroit, oggi 55enne, merita un posto di tutto rilievo nella storia della musica popolare di questo secolo. Del suo talento si accorse subito, con notevole fiuto, il grande boss della Motown, Berry Gordy, che prese Robinson sotto le sue ali e lo allevò non solo come cantante, ma lo coinvolse in tutti gli aspetti organizzativi e produttivi della casa discografica e gli affidò la cura e la supervisione della carriera di molti artisti, dalle Supremes ai Temptations. E intanto, continuò ad essere un membro a tempo pieno dei Miracles, il gruppo da lui fondato nel ’54 con alcuni amici di scuola. Nel 1967, quando pubblicò I second that emotion, il gruppo era appena ribattezzato Smokey Robinson & The Miracles, a sottolineare lo status accresciuto del loro leader; e quello fu il primo di una nuova serie di successi dopo un periodo di alti e bassi, che videro le capacità compositive di Robinson maturare e raggiungere nuove vette.

A whiter shade of pale (K. Reid – G. Brooker, Procol Harum). È sera, sono tutti in salotto a chiacchierare e Kevin Kline mette su un disco. A whiter shade of pale dei Procul Harum. Ecco, il brano è di quelli che da soli riescono a rievocare gli anni Sessanta con tutto il suo bagaglio di miti e nostalgie. Pubblicato nel maggio del ’67 dai Procul Harum, anche se in realtà nel disco suonavano vari session men reclutati per l’occasione. Perché all’epoca il gruppo, formatosi a Southend in Inghilterra nel ’59, si è appena sciolto dopo una serie di vicissitudini, dischi andati male e tour non proprio felici come gruppo di supporto di Sandie Shaw e Chris Andrews. Terry Brooker, il cantante e tastierista, è l’unico a voler tenere in piedi il gruppo, insieme all’amico paroliere Keith Reid. I due lo scrivono insieme mentre in realtà ancora non sono riusciti a rimettere completamente in piedi la band; da qui la necessità di reclutare i session men. Ma ne vale la pena, visto che il disco, poche settimane dopo la sua uscita, ha un successo tale da detronizzare dalle classifiche All you need is love dei Beatles.

Tell him (B. Russell, The Exciters). Tre signorine e un giovanotto di Queens, il quartiere newyorkese formato a maggioranza da immigrati giamaicani, formarono nei mitici Sixties questa band che non poteva davvero darsi un nome più appropriato. Infatti la cifra stilistica degli Exciters – al secolo Herb Rooney, Brenda Reid, Carol Johnson e Lilian Walker – era quella di essere sempre spumeggianti, frizzanti, con una buona dose di ironia, sulla scia della tradizione dei girl-groups degli anni ’50 e ’60 e del soul da alta classifica. E vivacissimo è il loro primo singolo, Tell him, scritto da Bert Russell, e prodotto dalla leggendaria coppia Leiber and Stoller. Diventerà una sorta di modello per tutti i successivi dischi del quartetto. Il singolo, pubblicato nel 1962 e subito diventato una hit nelle classifiche a stelle e strisce, bissò il successo anche in Inghilterra nella versione incisa da Billie Davis. In seguito, gli Exciters hanno avuto altri brani di successo come Do Wah Diddy e He’s got the power, hanno continuato a incidere dischi, anche se con la formazione rimaneggiata.

It’s the same old song (E. Holland Jr – L. Dozier & B. Holland, Four Tops). Ancora un classico della Motown, dal quartetto vocale dei Four Tops che deve molto del suo successo alla voce rauca, aspra ma ricca di sentimento di Levi Stubbs, il vocalist di spicco del gruppo (gli altri sono Renaldo “Obie” Benson, Lawrence Peyton e Abdul “Duke” Fakir). I quattro avevano iniziato cantando alle feste, per poi approdare ai club notturni di Detroit con un repertorio di standard e ballate jazz. Fu il “solito” Berry Gordy a decidere di fargli cambiare repertorio in favore del rhythm’n’blues, affidandoli ai celeberrimi compositori di casa, Holland-Dozier-Holland. It’s the same old song, uno dei risultati più felici di questa collaborazione, fu incisa un giovedì di agosto, nel 1965, e il lunedì successivo era già nei negozi. La Motown aveva fretta di sfruttare il grande momento dei Four Tops, che il mese prima con I can’t help myself avevano sfondato anche il mercato inglese, ed avevano appena chiuso una tournée trionfale organizzata dal manager dei Beatles, Brian Epstein.

Dancing in the street (M. Gaye & W. Stevenson, Martha Reeves & The Vandellas). Marvin Gaye è uno degli autori di questo brano, una vera e propria celebrazione della danza e della gioia di vivere, un ritmo contagioso che fa scattare in piedi, e la voce acuta e poderosa di Martha Reeves. Nata nel ’41 in Alabama, la Reeves ha avuto un’educazione musicale classica e gospel, ma era l’energia del rhythm’n’blues a catturarla. Alla Motown c’era arrivata non come cantante, bensì come segretaria di William Stevenson, direttore del reparto che si occupava del repertorio e dei nuovi talenti. Ogni tanto veniva però coinvolta nelle registrazioni in studio come corista, ed è così che è riuscita a farsi notare e a ottenere un contratto. Dal 1963 in poi con la sua band, Martha and the Vandellas, è diventata uno dei gruppi di punta della casa, e forse l’unico gruppo in grado di rivaleggiare con l’altra formazione vocale tutta al femminile della Motown, le Supremes, che però erano già delle dive. La carriera della Vandellas si interruppe sfortunatamente nel ’67 a causa di una grave malattia che aveva colpito proprio Martha Reeves, obbligandola ad abbandonare i palcoscenici. Due anni dopo, completamente ristabilita, la cantante è tornata sulle scene; in una battaglia legale con la Motown ha perso i diritti sul nome della compagine, ha intrapreso una carriera solista e ha figurato spesso in tour dal sapone nostalgico con altri veterani del soul e del r’n’b.

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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