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Il coronavirus adesso ha un nome

L'Oms lo ha chiamato Covid-19, un termine coniato per evitare inutili effetti negativi su zone specifiche, economie o gruppi di persone

A un mese esatto dall’annuncio della prima vittima a Wuhan, l’11 gennaio scorso, l’Organizzazione mondiale della sanità ha finalmente dato un nome alla nuova malattia: «Abbiamo un nome per il coronavirus, è Covid-19», ha annunciato il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesu. La nuova denominazione sostituisce la precedente, 2019-nCoV, decisa in modo provvisorio quando sono stati individuati i primi casi della malattia.

La sigla utilizza CO e VI per indicare il coronavirus, D per “malattia” (“disease” in inglese) e 19 per indicare l’anno di identificazione, il 2019 appunto. È probabile che nel tempo Covid-19 diventi anche il modo per riferirsi al nuovo coronavirus, come avvenuto in passato con altre sindromi infettive. «Abbiamo dovuto trovare un nome che non si riferisse a una zona geografica, a un animale a un individuo o a un gruppo di persone e che fosse anche pronunciabile e riferito alla malattia», ha spiegato il direttore generale dell’Oms in conferenza stampa a Ginevra. «Avere un nome significa evitare altri nomi che possano essere inaccurati o stigmatizzanti – ha proseguito Ghebreyesus – e ci dà anche un format standard da usare per ogni futura epidemia di coronavirus».

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In passato, alcuni virus hanno infatti preso il nome dal luogo o da una regione in cui sono stati identificati per la prima volta: è il caso del Mers, che sta per Sindrome respiratoria del Medio Oriente; il virus Ebola è stato così denominato da un fiume nella Repubblica Democratica del Congo; la malattia di Lyme prende il nome da una città del Connecticut. Tuttavia, nel 2015 l’Organizzazione mondiale per la Sanità ha pubblicato una nuova guida, esortando gli scienziati a evitare nomi che potrebbero causare inutili effetti negativi su nazioni, in questo caso la Cina, economie e persone.

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