Vitalizi, quando un giorno da parlamentare vale una pensione a vita

Mentre al Senato si attende la possibilità di ripristinarli, il M5s scende in piazza e riporta alcuni casi di ex parlamentari che hanno ricoperto la carica per un tempo brevissimo ma che hanno ricevuto ugualmente la rendita a vita prevista dal Parlamento

Il Movimento 5 stelle torna in piazza per rivendicare il taglio dei vitalizi degli ex parlamentari, dopo le polemiche legate ai ricorsi e al pronunciamento della Commissione contenziosa del Senato. E rilancia quello che definisce un “odioso privilegio” per gli ex parlamentari riportando il caso di qualche vitalizio particolare, erogato a vita nonostante riguardi ex deputati o ex senatori che hanno ricoperto l’incarico per pochissimi giorni, se non ore.

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Il primo caso riportato dal Movimento 5 Stelle è quello di Piero Craveri. Fu eletto al Senato il 2 luglio del 1987, tra le fila dei Radicali. Solamente una settimana dopo erano arrivate la sue dimissioni, accettate il 9 luglio come si può leggere sulla pagina del Senato della decima legislatura. Fino al dicembre del 2018, quindi prima dell’entrata in vigore del taglio, ha percepito un vitalizio da 2.300 euro netti al mese. Gli assegni sono stati tagliati all’inizio della legislatura, sia alla Camera che al Senato, per gli ex parlamentari. Il vitalizio, ricordiamo, è l’assegno pensionistico che gli ex parlamentari ricevono a fine mandato. Per definizione il vitalizio prevede che un soggetto corrisponda a vita a un altro soggetto una rendita.

Ma non è di certo l’unico caso. Un altro riguarda Angelo Pezzana, anche lui eletto tra i Radicali. Fu deputato dal 6 febbraio al 14 febbraio 1979. E ha percepito un vitalizio da 2.200 euro lordi. Il terzo caso è quello forse più clamoroso, anche se mosso da una motivazione particolare. Parliamo di Luca Boneschi, esponente anche lui del Partito Radicale. Fu eletto il 12 maggio del 1982 alla Camera e si dimise solamente un giorno dopo. Percependo, però, il vitalizio da 3.100 euro lordi al mese, 1.733 netti. Ma le motivazioni di Boneschi erano legate al fatto che non voleva godere dell’immunità: era infatti stato querelato da un giudice per alcune sue dichiarazioni contro la decisione processuale sul caso di Giorgiana Masi, la studentessa uccisa durante una carica della polizia a Roma nel 1977.

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