Elezioni in Iran, le ragioni della sconfitta dei riformisti

I primi risultati del voto per il rinnovo del parlamento iraniano confermano le previsioni: sarà un Majilis a trazione conservatrice. A loro favore diversi fattori, come la crisi economica e la gestione della tragedia del boeing ucraino

Era una vittoria annunciata: i primi risultati del voto confermano che le elezioni parlamentari in Iran porteranno ad un controllo dell’assemblea da parte dei conservatori della lista che fa riferimento all’ex sindaco di Teheran, Mohammed Baqer Qalibaf. Sui 290 seggi del Majlis, i cosiddetti “principalisti” (quelli cioè che fanno riferimento ai principi della Rivoluzione islamica) si sarebbero già assicurati tutti e trenta i seggi in palio nella capitale. Secondo una prima proiezione dell’agenzia Reuters, sarebbero 178 i seggi già garantiti a livello nazionale ai conservatori, mentre 43 sarebbero andati ai moderati e appena 17 ai riformisti.

Una vittoria preannunciata per la frangia più radicale dell’establishment iraniano, dopo che a gennaio il Consiglio dei Guardiani aveva escluso migliaia di candidati riformisti dalla corsa elettorale. Ma, dubbi sulla legittimità del voto a parte, la sconfitta del movimento riformista e dei moderati rappresentati dal presidente in carica Hassan Rohani va attribuita direttamente al fallimento delle politiche del governo.

Nel 2016 le elezioni per il rinnovo del parlamento avevano visto una netta vittoria del fronte riformista che era riuscito a portare a casa 126 seggi e tutti i 30 disponibili a Teheran. Ma gli ultimi cinque anni delle politiche guidate da Rouhani, a partire da quell’accordo sul nucleare del 2015, hanno portato a una sfiducia generale del popolo iraniano in una classe dirigente che non ha saputo mantenere le promesse sbandierate nella campagna elettorale del 2013. Un sentimento radicato soprattutto tra i più giovani.

L’aumento della benzina e il razionamento del petrolio lo scorso novembre hanno portato un’ondata di proteste come non se ne vedevano dalla rivoluzione verde del 2009. Secondo Amnesty International la repressione di Teheran avrebbe portato ad almeno un migliaio di morti, ma il governo ha sempre negato, così come Rohani, primo critico dei movimenti di protesta. Il baratro economico in cui è sprofondato l’Iran, con un’inflazione alle stelle, è dovuto anche e soprattutto alla reimposizione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti dopo il loro ritiro nel 2018 dall’accordo sul nucleare.

A complicare le cose per una riconferma dei riformisti al governo è anche l’ormai nota gestione della tragedia che ha visto l’Iran responsabile dell’abbattimento del boeing ucraino in risposta all’omicidio del generale Qassem Soleimani. Il tardivo mea culpa di Teheran ha scatenato la rabbia dei cittadini iraniani che per giorni sono scesi a migliaia nelle strade del Paese per chiedere giustizia dopo la morte di 176 persone.

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