Smart working contro il coronavirus: cos’è e come funziona

Quella del “lavoro agile” potrebbe essere la soluzione in questa fase di emergenza epidemiologica, ma in realtà si tratta più di una strategia che in Italia fa ancora fatica a decollare

Chiuse scuole e università, sospesi gli eventi pubblici, rinviate le partite di Serie A: l’emergenza coronavirus paralizza la società, ma non il lavoro. Sono molte le aziende che stanno ricorrendo alla pratica dello smart working, quella modalità di lavoro subordinato senza precisi vincoli di orario o di luogo, che rendono possibile lo svolgimento dell’attività lavorativa anche da casa grazie all’utilizzo di strumenti tecnologici. Il Dpcm (decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) in particolare, per le zone di Lombardia e Veneto, nel far riferimento allo smart working ne prevede l’applicazione automatica «ad ogni rapporto di lavoro subordinato nell’ambito di aree considerate a rischio».

Come viene spiegato direttamente dal sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, si tratta di «una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività».

Non è la prima volta si fa ricorso allo smart working per fronteggiare una emergenza: è stato già applicato per esempio nel caso della tragedia del crollo del ponte Morandi e si è rivelato uno strumento prezioso. Nei giorni in cui le istituzioni decidono misure drastiche per limitare la diffusione del coronavirus nelle Regioni del Nord, sono moltissime le aziende, soprattutto nel milanese, che hanno deciso per una politica di massimo incentivo allo smart working.

Ma al di là dell’impennata di questi giorni, data dalla contingenza, in base alle periodiche rilevazioni dell’Osservatorio del politecnico di Milano, sono circa 570mila i lavoratori coinvolti dallo smart working. In genere si prevedono 4 giornate al mese o 2, mentre le aziende che lo hanno avviato da più tempo consentono un maggior numero di giornate per il lavoro da remoto (nel 17% dei casi non c’è alcun vincolo a priori).

Nonostante la sua adozione porti risultati positivi e documentati, c’è ancora molto scetticismo su questa modalità di lavoro. Affermazione dimostrabile, dati alla mano, grazie a un’indagine condotta da Variazioni s.r.l., società di Mantova attiva da 10 anni, che si occupa di politiche di conciliazione, consulenza, people management e welfare aziendale. L’indagine rivela, infatti, che l’applicazione di un’organizzazione smart di poco più di 3 giorni al mese, su un’azienda di almeno 100 dipendenti può far risparmiare all’azienda oltre 200 mila euro all’anno (250 all’anno per lavoratore) tra buoni pasto, indennità di trasferta e altro. Un guadagno non indifferente per il datore di lavoro che vede al di là della soddisfazione del proprio lavoratore anche un maggior attaccamento di quest’ultimo verso l’azienda, quello che oggi viene chiamato «engagement» che porta a lavorare meglio e produrre di più in un clima più disteso. Sono benefici qualitativi che sono spesso noti grazie alle testimonianze. Più del 95% dei dirigenti, ad esempio, ha dichiarato che la produttività aumenta e che tutti gli obiettivi sono stati raggiunti dai lavoratori smart, mentre l’81% dei lavoratori smart ha dichiarato che aumenta la concentrazione e il lavoro di team diventa più efficiente. Per quanto riguarda la soddisfazione, valutata con un punteggio di 9/10, è per i manager di 8,9/10.

Ma oltre a benefici qualitativi, anche il lavoratore ottiene dal lavoro agile un guadagno economico che ammonta a una busta paga all’anno, circa 1.300 euro (36 al giorno) per gestire la propria presenza sul posto di lavoro, oltre al fatto che eviterebbe tutti i rischi legati al commuting (pendolarismo) casa-lavoro.
Il risparmio lo si misura anche in termini chilometrici: circa 62 sono i chilometri al giorno risparmiati da un lavoratore per gli spostamenti, 2.400 chilometri all’anno, oltre ad evitare un impatto ambientale di 270 chili di CO2 nell’aria, equivalente a 18 alberi per ciascun smart worker.

Tra i benefici quantitativi non è certo da sottovalutare il tempo risparmiato: ogni giorno si guadagnano 89 minuti, che corrisponde al tempo medio impiegato dal lavoratore italiano, per recarsi al lavoro (commuting), oltre 7 giorni lavorativi all’anno. Circa il 24% di questo tempo risparmiato viene in media reimpiegato nel lavoro, cioè mediamente lo smart worker “investe” gratuitamente nella propria azienda 21 minuti per ogni giorno di smart working (quasi 2 giorni all’anno). Un altro beneficio per l’azienda dunque, che l’adozione di un’organizzazione smart le porterebbe, oltre spesso al ripensamento dei locali dedicati al lavoro: riduzione degli spazi con minori consumi di energia ed esigenze manutentive.

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