ItaliaPrimo Piano

La rivolta nelle carceri dopo le restrizioni dovute al coronavirus

Proteste contro la sospensione delle visite dei familiari in seguito alle misure adottate per arginare il contagio: a Modena 6 detenuti sono morti, a Foggia 20 evasi. Tensioni anche a Roma, Milano e Napoli

Il fumo, le urla e le proteste dei parenti. Dilaga la rivolta nelle carceri italiane contro la sospensione delle visite per i familiari in seguito alle misure adottate per arginare il diffondersi del coronavirus. In mezza Italia – si contano almeno 28 proteste secondo il sindacato di polizia penitenziaria – i detenuti sono in agitazione. Molti chiedono l’amnistia, lamentando la paura del contagio del coronavirus. Altri protestano perché le misure varate dal governo per combattere l’emergenza comprendono anche una serie di restrizioni ai colloqui con parenti e avvocati. Dopo che ieri per gli stessi motivi violente rivolte si sono registrate a Modena, oggi in rivolta ci sono i penitenziari di Milano, Roma, Foggia e Napoli.

A Modena la situazione più grave: sono complessivamente sei, secondo quanto si apprende da fonti dell’amministrazione penitenziaria, i detenuti morti: tre a Modena ed altri tre dopo i trasferimenti nelle strutture carcerarie di Parma, Alessandria e Verona. E altri detenuti sono stati portati in ospedale, in prognosi riservata e terapia intensiva, come spiega l’Ausl di Modena in un bollettino. In tutto sono 18 i pazienti trattati, in gran parte per intossicazione. Ferite lievi anche per tre guardie e sette operatori sanitari.

A San Vittore, i detenuti che questa mattina hanno innescato la protesta sono scesi dal tetto e stanno trattando con i pm. Le proteste proseguono dall’interno del carcere mentre all’esterno un gruppo di qualche decina di giovani antagonisti è giunto a supporto della mobilitazione. Sul posto gli agenti di polizia in assetto antisommossa.

LEGGI ANCHE: Record di contagi in Italia: le misure del Viminale per chi viola i limiti di spostamento

Rivolta anche al carcere di Foggia. «Situazione insostenibile, i detenuti sono tutti fuori, c’è stata un’evasione di massa», denuncia il sindacato di polizia penitenziaria Uilpa, sottolineando di avere già inviato una lettera in proposito al premier Conte e al presidente Mattarella. I detenuti hanno divelto un cancello della «block house», la zona che li separa dalla strada. Secondo una prima stima, una ventina di detenuti sarebbe evasa dal penitenziario. Alcuni sono stati bloccati nelle immediate vicinanze dalle forze di polizia e ricondotti in carcere. I commercianti che si trovano nelle vicinanze della casa circondariale sono stati invitati dalle forze dell’ordine a chiudere i locali. Hanno chiuso anche alcune banche del centro. I detenuti che non sono riusciti ad evadere si sono arrampicati sui cancelli del perimetro del carcere e sul posto sono intervenuti non solo polizia e carabinieri ma anche militari dell’esercito. Alcuni detenuti sono saliti sul tetto, altri hanno rotto le finestre, e all’ingresso della casa circondariale è stato appiccato un incendio.

A Roma alcuni detenuti hanno divelto una grata sul tetto del carcere di Regina Coeli, dalla quale stanno buttando cartoni, giornali e anche un materasso a cui hanno dato fuoco. Dall’interno della struttura si sono sentite le urla di protesta dei detenuti. Le forze dell’ordine hanno chiuso le strade attorno al carcere, anche quelle verso il Gianicolo.

Un gruppo di familiari dei detenuti del carcere di Secondigliano ha protestato all’esterno della struttura carceraria napoletano. Blocco stradale per chiedere, come sta accadendo in molti penitenziari italiani, amnistia per i detenuti al fine di evitare un contagio da coronavirus. La stessa protesta è stata attuata in precedenza fuori alla casa circondariale di Poggioreale. Proteste e momenti di tensione anche nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) dove alcuni gli ospiti del carcere sono saliti sui tetti della struttura. I detenuti si sono fatti sentire anche nel carcere di Bologna, Rieti, Prato e nel carcere romano di Rebibbia.

Sulle rivolte scoppiate in mezza Italia è intervenuto anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: «Sono perfettamente consapevole che un’emergenza come quella del coronavirus possa creare tensioni all’interno di un carcere, ma deve essere chiaro l’intento delle misure che abbiamo preso: è nostro dovere tutelare la salute di chi lavora e vive negli istituti penitenziari». Il Guardasigilli spiega anche che «alcune norme previste nel decreto legge, come il limite ai colloqui fisici e la possibilità per i magistrati di sorveglianza di sospendere i permessi premio e la semilibertà, misure che valgono per i prossimi 15 giorni, hanno soltanto la funzione di garantire proprio la tutela della salute dei detenuti e tutti coloro che lavorano nella realtà penitenziaria».

Tags
Back to top button
Close

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi