Weinstein ultimo atto: condannato a 23 anni di carcere

L’ex produttore cinematografico era stato dichiarato colpevole di reati sessuali a febbraio. Insieme alla sentenza divulgata la “red flag list” delle persone che temeva potessero denunciare i suoi comportamenti

Giunge al definito epilogo la rovinosa caduta di uno dei personaggi più influenti di Hollywood: Harvey Weinstein, 67enne ex produttore cinematografico statunitense, è stato condannato a 23 anni di carcere. A febbraio l’uomo, accusato di stupro e molestie da 105 donne, era stato dichiarato colpevole di stupro di terzo grado per una violenza avvenuta nel 2013 e di atti sessuali criminali di primo grado per un episodio del 2006. I giurati hanno quindi superato l’impasse sulle due imputazioni più gravi contro l’ex produttore e l’unanimità su altre imputazioni minori. La decisione era stata presa da una giuria composta da sette uomini e cinque donne. I capi di imputazione erano 5 e la giuria, il 24 febbraio scorso, dopo 49 giorni di processo, lo ha prosciolto da 3 su 5, assolvendolo dall’accusa di “predatore sessuale” che gli sarebbe potuta costare l’ergastolo. Il giudice James Burke avrebbe infatti potuto condannare Weinstein da un minimo di cinque anni a un massimo di 29.

Lo stupro di terzo grado indica rapporti sessuali forzati con una persona che non ha dato chiaramente il proprio consenso, che non è in grado di darlo o che ha meno di 17 anni: prevede fino a quattro anni di carcere ed è meno grave dello stupro di primo grado, che implica invece minacce, altri tipi di costrizione o gravi lesioni fisiche, e di quello di secondo grado che comporta costrizioni che non raggiungono però il livello di un’offesa di primo grado. Il reato di atti sessuali criminali di primo grado si verifica in caso di rapporti sessuali anali o orali ottenuti con costrizione o se la vittima era fisicamente indifesa: tra i due reati per i quali è stato condannato Weinstein, è il più grave. Le due pene dovranno essere scontate consecutivamente. La sentenza è stata pronunciata in un’aula di tribunale al 15esimo piano della Corte Suprema di Manhattan.

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Il processo era cominciato a New York il 6 gennaio, originato dalle accuse di stupro fatte da due donne che nel maggio del 2018 avevano portato all’arresto di Weinstein, poi rilasciato su cauzione. Una delle due donne è l’ex assistente di produzione Miriam Haleyi, che aveva accusato Weinstein di averla costretta a praticargli sesso orale nel suo appartamento nel 2006; l’altra è Jessica Mann, un’aspirante attrice che lo aveva accusato di averla stuprata in un hotel di Manhattan nel 2013. Altre accuse ricevute in questi anni non sono rientrate nel processo perché riferite a fatti troppo lontani nel tempo per essere perseguiti oppure perché non rientranti nella giurisdizione di New York. L’ex produttore è coinvolto anche in un secondo processo, che si terrà a Los Angeles, e da alcuni giorni si trova nel reparto medico del carcere di Rikers Island, dopo essere stato operato al cuore. Prima che la sentenza fosse letta, Weinstein si era rivolto a una gremita aula di tribunale, dichiarando di essere attanagliato da un “profondo rimorso”. In un discorso sconnesso, ha anche respinto il movimento #MeToo, sottintendendo che si è spinto troppo oltre, accostando alle sue accuse il suo impegno nella beneficenza. “Sono totalmente confuso – ha detto il produttore – Penso che gli uomini siano confusi in merito a tutto questo… questo sentimento di migliaia di uomini e donne che stanno perdendo il giusto processo, sono preoccupato per questo paese (…) Questa non è la giusta atmosfera negli Stati Uniti d’America”. Weinstein ha affermato di avere “amicizie serie” con le due principali accusatrici nel caso.

Entrambe le donne hanno rilasciato delle dichiarazioni prima che il giudice Burke emettesse la sentenza. Haley, che afferma di essere stata aggredita sessualmente nel suo appartamento nel 2006, ha detto al giudice di essere stata emotivamente danneggiata dall’incidente: “Mi ha spaventato profondamente, mentalmente ed emotivamente – ha aggiunto – Ciò non solo mi ha spogliato della mia dignità di essere umano e di donna, ma ha schiacciato la mia fiducia”. Mann, che ha testimoniato che Weinstein l’ha violentata nel corso di una relazione violenta, ha affermato che anche il suo abuso ha avuto un impatto negativo sulla propria vita: “Non so come spiegare gli orrori di essere stati violentati da qualcuno che ha potere. L’impatto sulla psiche è profondo. Lo stupro non è solo un momento… è per sempre”.

Insieme alla mano pesante della giustizia, documenti rivelati da Variety mettono in luce oltre mille e-mail presenti sul computer dell’ormai condannato Weinstein. Tra queste, spicca quella shock contro Jennifer Aniston in cui augura il suo omicidio. Per avere un contesto più preciso, ben lungi comunque dal giustificare parole così forti, dobbiamo fare un passo indietro lungo tre anni. È la notte di Halloween negli Stati Uniti e un reporter chiede a Harvey Weinstein un commento circa le accuse di stupro perpetrato ai danni di Jennifer Aniston. Arriva quindi una risposta tanto folle quanto lapidaria. Il reporter con il quale il produttore scambiò questa mail, riferì al produttore che il National Enquire intendeva pubblicare la storia. A seguito della fuga di notizie, il portavoce di Jennifer Aniston smentì categoricamente la vicenda, completamente infondata. Tra le oltre mille pagine, è possibile anche leggere numerose richieste d’aiuto inoltrate da Harvey Weinstein a personalità come Jeff Bezos e Michael Bloomberg. Messaggi ed e-mail in cui chiedeva aiuto affinché la sua carriera potesse continuare. Non gli è andata troppo bene. In tanti risultavano sul libricino nero, o meglio sulla “red flag list”, secondo i documenti resi disponibili dal tribunale penale a cui il Magazine Variety ha avuto accesso. Prima che venissero pubblicati i report sugli scandali sessuali del magnate di Hollywood, che diedero il via al movimento del #MeToo e portarono alla rovina il famoso produttore, questi aveva stilato una lista di nomi di personaggi che temeva potessero denunciare la sua condotta sessuale con le donne alla stampa.

Il nome di Affleck appare su quel documento, già prodotto come prova durante il processo durato 7 settimane. Soltanto il nome di una delle prime accusatrici, quello di Annabella Sciorra, era trapelato. L’accusa aveva chiesto che la lista completa fosse mostrata alla giuria ma la corte aveva rifiutato. Ci sono grosso modo 70 nomi su quella lista, che include Affleck e la Sciorra, oltre alle accusatrici Rose McGowan, Zelda Perkins, Lysette Anthony e Rowena Chiu. Della lista fa parte anche il precedente executive della Weinstein Company Irwin Reiter; l’ex assistente e creatrice della serie Russian Doll Leslye Headland; e i produttori Megan Ellison, Donna Gigliotti, Jason Blum e Jennifer Todd. Durante il processo, un investigatore privato ha testimoniato di essere stato contattato direttamente da Weinstein per investigare sui nomi di quella lista, e soprattutto sulla Sciorra. E ha anche aggiunto di aver ricevuto una mail in cui si diceva che “i nomi con le bandierine rosse erano i primi da contattare”. I portavoce di Affleck, a cui Variety ha chiesto un commento sulla vicenda, hanno preferito non rilasciare dichiarazioni. Ricordiamo che Will Hunting – Genio ribelle venne distribuito dalla ex compagnia di Weinstein, la Miramax, e che lui recitò in Shakespeare in Love l’anno seguente. In seguito agli scandali, Affleck donò poi tutti i proventi ricavati grazie a Miramax e alla Weinstein Company in beneficenza. Oggi, tutte e sei le accusatrici erano sedute in prima fila ad ascoltare la sentenza, vicino al procuratore distrettuale di Manhattan, e hanno applaudito. La condanna è stata celebrata come una grande vittoria del #MeToo.

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Marco Fallanca

Cosa ho fatto in tutti questi anni? Sono andato a letto presto. Ma soprattutto a teatro e al cinema. Partigiano del Web, opinabile e pedante opinionista, arbitro di calcio, disilluso podista, precoce e accanito cinefilo che possiede a casa una videoteca con oltre 9000 film. Già giurato del 61º TaorminaFilmFest, seguo da vicino festival e rassegne. Troppo fuori per quelli dentro e troppo dentro per quelli fuori, in realtà sono un genio ma è molto più comodo non darlo troppo a vedere. Attenzione! Preso troppo sul serio può nuocere gravemente alla salute.
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