Coronavirus, il modello Corea del Sud tra tamponi e big data

I test a tappeto e una app sembrano aver limitato la diffusione dell'epidemia. Ma possiamo replicare l’esperienza di Seul anche nel nostro Paese? La proposta di Zaia

«Se trovo un solo positivo significa che avrò 10 contagi in meno». Per il governatore del Veneto, Luca Zaia, la strada da seguire per fermare la curva dei contagi di coronavirus è solo una: controlli a tappeto. Da giorni il presidente Zaia invoca un aumento considerevole del numero dei test per individuare pazienti asintomatici. Un’opzione che ricalca quanto fatto in Corea del Sud. Fino a due settimane fa il Paese asiatico era subito dietro la Cina per numero di contagi, ma da qualche giorno la crescita degli infetti sembra essersi fermata. Con 8mila casi positivi registrati e solo 81 morti il dibattito cresce attorno alla possibilità dell’Italia di replicare quanto fatto da Seul.

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Un modello alternativo alle misure messe in campo dalla Cina e fondato su una combinazione di trasparenza, utilizzo delle nuove tecnologie e test a tappeto per evitare il contagio. Il Paese è riuscito a sottoporre a screening circa 275mila persone attraverso stazioni di tamponi mobili, e senza scendere dalla macchina, in grado di testare pazienti in pochi minuti. Individuando in questo modo anche un gran numero di persone asintomatiche. Inoltre, il tempo impiegato per i test, circa dieci minuti, riduce al minimo l’esposizione agli operatori sanitari e agli altri pazienti, al contrario di quanto avverrebbe in un’ospedale o in una clinica.

Seul ha fatto tesoro dell’esperienza nella lotta contro l’epidemia di Mers (la sindrome respiratoria acuta del Medio Oriente) che provocò la morte di 38 persone e circa duecento contagi. Nel 2015, quando si verificarono i casi di Mers in Corea del Sud, il Korea Centers for Disease Control and Prevention si trovò spiazzato, e non in grado soddisfare le domanda di kit per il test sulle persone contagiate, con il risultato che molti malati passavano di ospedale in ospedale in cerca di assistenza, aumentando il numero di persone contagiate. L’emergenza di allora ha portato a fronteggiare rapidamente l’eventuale arrivo di una nuova epidemia, eliminando una serie di passaggi burocratici. Già l’anno successivo, il 2016, la Corea del Sud ha avuto modo di testare l’efficacia del sistema in vigore oggi, su una scala molto minore di quella attuale, durante l’epidemia di Zika.

Ma un grosso aiuto nella lotta al coronavirus, oltre alla grande quantità di tamponi, in Sud Corea è arrivato anche dalla tecnologia e dai big data. Attraverso i filmati di telecamere di sorveglianza e il tracciamento di transazioni con carta di credito, il governo è riuscito a implementare un’App che permette di verificare gli spostamenti ed essere avvertiti quando si arriva a 100 metri da un luogo visitato da una persona contagiata. Questo tipo di app, e un sistema centralizzato che rende pubblici movimenti e transazioni dei cittadini affetti da coronavirus tramite tecnologia Gps e telecamere di sorveglianza, hanno generato perplessità sul rispetto della privacy, ma i funzionari sud-coreani non nascondono un certo orgoglio per il sistema in atto che permette ai cittadini di sapere se sono stati in contatto con persone che hanno contratto la nuova malattia.

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