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Coronavirus, è giusto usare la geolocalizzazione per tracciare gli spostamenti?

Dopo Cina e Corea del Sud, anche la Lombardia impiega un sistema di sorveglianza utilizzando i dati anonimi forniti dagli operatori telefonici. Ma ci sono dubbi sull'utilità dell'iniziativa e preoccupazioni per la privacy

In Cina, ogni cittadino può scaricare un’app su cui vedere gli spostamenti dei malati di Covid-19 di tutto il paese. Puoi sapere chi è vicino a casa tua, che cosa fa, dove sta andando. In questo modo, si dice, si evita di incontrarlo mentre si va a fare la spesa o per strada, diminuendo notevolmente la possibilità di contagio. Da alcuni giorni la regione Lombardia utilizza un sistema per analizzare gli spostamenti della popolazione durante l’epidemia da coronavirus, attraverso una collaborazione con i principali operatori di telefonia mobile. Seppure su scala più piccola, e per ora con sistemi più limitati, l’iniziativa lombarda ricorda le soluzioni di sorveglianza adottate in Cina e Corea del Sud contro il coronavirus, che hanno sollevato molte perplessità da parte degli esperti sulla tutela dei dati personali.

Stando alle informazioni fornite dalla regione Lombardia, i dati sono raccolti in forma aggregata e anonima e consentono di farsi un’idea sulle distanze percorse da chi si muove con un cellulare in tasca, in modo da verificare il rispetto delle restrizioni sugli spostamenti decise dal governo per contenere il coronavirus. Il dato viene rilevato grazie ai ripetitori della rete cellulare: quando ci si sposta con uno smartphone in tasca, questo cerca costantemente i ripetitori più vicini a cui collegarsi per mantenere il segnale. Ogni ripetitore copre una “cella”, una porzione di territorio, quindi quando un cellulare passa da una cella a un’altra si può calcolare con una buona approssimazione il suo spostamento. Le celle si incrociano e sovrappongono, quindi analizzando queste sovrapposizioni si possono ottenere informazioni ancora più dettagliate sulla posizione di ogni cellulare. Analizzando questi dati risulta ancora un numero eccessivo di spostamenti in regione. Mediamente gli spostamenti sulle lunghe distanze all’interno della Lombardia si sono ridotti del 60%, un risultato non ancora sufficiente per consentire un buon contenimento dei contagi.

Sul tema del tracciamento degli spostamenti per contenere l’epidemia da coronavirus, la Corea del Sud è sicuramente il paese che ha investito più risorse e sperimentato soluzioni. Il governo sudcoreano da settimane utilizza dati raccolti dalle reti cellulari, dai sistemi Gps, dalle transazioni effettuate con carta di credito e dalle telecamere di videosorveglianza per tracciare la popolazione. Le informazioni sono poi mostrate in forma anonima su apposita app e inviate anche tramite sms a chi potrebbe avere incrociato un infetto, in modo da ridurre la catena dei contagi. I dati sugli spostamenti resi pubblici dal governo sono anonimi, ma comunque piuttosto dettagliati, al punto da rendere possibile l’identificazione delle singole persone, almeno ai loro conoscenti più stretti, e potrebbe quindi portare a situazioni di emarginazione sociale o ancora più pericolose.

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Altri paesi hanno adottato misure simili a quelle della Corea del Sud, su scale e con intensità diverse. In Cina il governo ha sfruttato i propri sistemi di sorveglianza di massa per tenere traccia dei contagiati e dei potenziali nuovi contagi. I sistemi impiegati violano il diritto alla privacy dei cittadini per i nostri standard, ma sono utilizzati senza particolari problemi in un paese con un assetto non democratico e nel quale la popolazione è abituata a fare i conti con le continue ingerenze da parte dell’autorità.

In Israele l’Agenzia di sicurezza interna (Shin Bet) è stata autorizzata dal primo ministro Benjamin Netanyahu a utilizzare la posizione dei cellulari della popolazione per ricostruire lo storico dei movimenti delle persone positive al coronavirus, al fine di identificare la catena delle persone potenzialmente contagiate, inviando loro un sms con ordine di sottoporsi a quarantena.

In Germania l’operatore Deutsche Telekom ha trasmesso all’istituto sanitario Robert Koch Institute i dati dei propri clienti dopo averli resi anonimi per tracciare i flussi della popolazione. Tuttavia, a differenza del modello della Corea del Sud, non risulta possibile rintracciare o monitorare le persone infette, ma solo i flussi di persone nei loro movimenti quotidiani.

Ricercatori ed esperti sostengono che sia ancora presto per dire se il controllo tramite rete cellulare, l’impiego di app e di dati Gps siano efficaci e utili per contenere un’epidemia, mentre l’isolamento degli infetti, un alto numero di test per trovare precocemente i positivi e le buone pratiche igieniche (come lavarsi spesso le mani) si stanno rivelando certamente utili. La sorveglianza di massa ha inoltre un costo sociale dal punto di vista della tutela dei cittadini ancora difficile da calcolare, rispetto ai benefici tutti da dimostrare che potrebbe portare nel contenimento del coronavirus.

Il regolamento per la protezione dei dati nell’Unione Europea (GDPR) offre diverse tutele e protezioni per ogni cittadino, ma prevede comunque alcune eccezioni per casi di emergenza e di utilità pubblica. L’impiego di dati aggregati sulle reti cellulari che sta conducendo la Regione Lombardia non sembra violare le regole, ma iniziative di ulteriore controllo potrebbero invece porre diversi problemi per la privacy. «Non esistono preclusioni assolute nei confronti di determinate misure in quanto tali -ha detto Antonello Soro, il Garante per la protezione dei dati personali – Vanno studiate, però, molto attentamente le modalità più opportune e proporzionate alle esigenze di prevenzione, senza cedere alla tentazione della scorciatoia tecnologica solo perché apparentemente più comoda, ma valutando attentamente benefici e costi, anche in termini di sacrifici imposti alle nostre libertà».

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