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Coronavirus, perché si parla di «seconda ondata» dell’epidemia

Le strategie messe in atto da Pechino, Hong Kong, Tokyo e Wuhan dovrebbero insegnarci a non abbassare la guardia ed allentare le restrizioni

Il ritorno alla vita normale potrebbe non essere tanto normale. Tornare a lavorare spalla a spalla con il collega di ufficio, ad affollare locali e discoteche, e ad essere stipati come sardine in bus e metropolitane potrebbe essere sconsigliato dall’ipotesi «seconda ondata» di coronavirus che sta allarmando l’Asia e che secondo gli esperti potrebbe ripresentarsi il prossimo autunno.

Hong Kong, dopo sue mesi di isolamento, è di nuovo in quarantena. Quando il peggio sembrava passato Hong Kong si ritrova a subire una seconda ondata di contagi, forse causata dal rientro di tutti quei cittadini europei e nord americani che in soli dieci giorni hanno fatto triplicare i casi positivi. Un numero così elevato da richiedere nuovamente misure restrittive per 14 giorni, che ordinano la chiusura di diverse attività, di restare a casa e di evitare assembramenti. E visto che la causa sembra proprio essere il ritorno dall’estero di tante persone, l’aeroporto è stato chiuso agli stranieri (anche solo quelli in transito) mentre i residenti di ritorno vengono messi in quarantena per 14 giorni.

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Wuhan da due settimane non segnala nuovi casi di contagio, ma aspetterà fino all’8 aprile per mettere fine alla quarantena cominciata il 23 gennaio. Il rischio è ora rappresentato dalle persone contagiate che stanno rientrando nel Paese asiatico dall’estero, moltissime delle quali dall’Europa e dagli Stati Uniti. Del resto la maggior parte della popolazione è ancora suscettibile all’infezione, non avendo un vaccino. Secondo Cao Wei, vicedirettore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Ospedale del Medical College di Pechino, «un secondo focolaio non sarebbe una grande preoccupazione». Secondo altri esperti invece, la pandemia continuerà a diffondersi fino a quando il virus non muta o fino a quando la gran parte della popolazione non sia immune. Tra le altre ipotesi c’è anche quella che il Covid-19 possa “stagionalizzarsi” proprio come fa la semplice influenza.

Di particolare interesse per l’Italia la gestione dei contagi di ritorno. Osservando la strategia attuata da Pechino, Hong Kong, Tokyo, Singapore, Wuhan ci si rende conto che il contrasto dell’epidemia da Covid-19 avviene a fasi. Quella più drastica è ormai nota in tutto il mondo come «lockdown», la chiusura generale, la quarantena collettiva per milioni di persone con le attività economiche sospese e i cittadini in casa. Ma anche quando la curva dei contagi finalmente sembrava appiattirsi, le autorità hanno continuato a imporre precauzioni e divieti per evitare nuovi focolai.

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