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Test sierologici e «patente di immunità» per ripartire

Si tratta di esami rapidi del sangue che rivelano la presenza di anticorpi che accertano l’avvenuto contatto con il coronavirus. A fare da apripista è la regione Veneto

Mentre l’Italia resta barricata in casa sperando di assistere finalmente alla discesa nella curva dei contagi da coronavirus, si comincia a pensare al dopo. La fase due, quella della riapertura graduale del Paese, potrebbe passare per un test di massa per scoprire chi si è già immunizzato perché ha già avuto il Covid-19 e magari neanche se ne accorto. Per ora è solo una ipotesi, ma il Governo ci sta lavorando e aspetta che i tecnici del Comitato scientifico possano validare i test sierologici, molti ancora non proprio affidabili.

Si tratta di esami rapidi del sangue che rivelano la presenza di anticorpi che accertano l’avvenuto contatto con il virus (il contagio viene espresso dagli IgM) e la successiva risposta di difesa contro lo stesso (l’immunizzazione che è segnalata dagli IgG). Le analisi servono, per riassumerla con le parole del governatore Luca Zaia, ad avere la «patente di immunità». E ad aiutare a comprendere quante siano state le persone hanno avuto il virus in Italia, oltre ai casi diagnosticati. Soprattutto nella fase della riapertura diventa importante individuare chi ha avuto l’infezione, ma senza sintomi o con sintomi così lievi da non avere avuto la diagnosi. Lo scopo è quello di definire se una persona è stata colpita dal virus, anche inconsapevolmente, e quindi per un certo periodo di tempo è immune. Dati cruciali se si vuole ripartire.

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E nell’attesa di linee guida valide per tutti, alcune regioni si stanno muovendo autonomamente. A fare da apripista è il Veneto. Dopo aver predisposto i “tamponi a tappeto” e la sperimentazione della terapia del plasma dei pazienti guariti, il Comitato tecnico scientifico della Regione ha dato il via libera al «Progetto per la diagnostica sierologica di Covid-19», che prevede la ricerca di anticorpi nel sangue dei 60 mila operatori sanitari del sistema pubblico e dei 20 mila dipendenti delle case di riposo. Nel progetto, coordinato dal virologo Giorgio Palù, si parte dal personale degli ospedali perché sono i sanitari a esporsi a un rischio maggiore. Poi, su base volontaria, si testeranno i lavoratori delle categorie produttive, che sperano di tornare in azienda o in fabbrica.

«L’idea è di dare una sorta di patente di immunità ai soggetti nei quali si riscontreranno gli anticorpi al coronavirus — spiega il governatore Luca Zaia — e che quindi hanno contratto la malattia ma sono guariti. E possono tornare a lavorare. Abbiamo già acquistato 732 mila test rapidi». Gli industriali, che aspettano la ripresa delle attività, sono pronti a pagare i test per i loro dipendenti. In seguito, sarà sottoposto a screening il resto della popolazione, per appurare se si sia creata o meno l’immunità di gregge, ovvero se almeno il 60% dei cittadini veneti sia protetto dal Covid-19. L’indagine sierologica, una volta a regime, chiarisce la Regione, dovrebbe consentire di tracciare un cluster di soggetti contagiosi, identificare la positività al di fuori della fascia temporale del test molecolare, monitorare i pazienti in via di guarigione e accertare le potenziali ricadute della malattia.

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