Chi è Nino Di Matteo, il pm che doveva andare al Dap

Lo strappo con il guardasigilli Bonafede in diretta tv per il mancato approdo al Dipartimento amministrazione penitenziaria «per volere dei mafiosi» è solo l’ultima tappa di una carriera in prima linea: dalle indagini sulle stragi del 1992 alle minacce di Totò Riina

La guida del Dipartimento amministrazione penitenziaria, un incontro risalente al 2018 tra l’allora neoministro della giustizia e il magistrato antimafia più noto del Paese, una proposta fatta e poi ritirata. E in mezzo le intercettazioni dei boss mafiosi al 41bis che esternano tutti i loro timori per quella nomina al vertice delle carceri. È un duro botta e risposta quello andato in onda su La7 durante la trasmissione Non è l’Arena. Un dibattito con due protagonisti d’eccezione: il magistrato Nino Di Matteo e il guardasigilli Alfonso Bonafede.

«Bonafede mi chiese se ero disponibile ad accettare il ruolo di capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria o, in alternativa, quello di direttore generale degli affari penali. Chiesi 48 ore di tempo per dare una risposta», ma «quando ritornai, avendo deciso di accettare la nomina a capo del Dap, il ministro mi disse che ci aveva ripensato e nel frattempo avevano pensato di nominare Basentini». È quanto ha raccontato il magistrato Nino Di Matteo facendo riferimento ad alcune intercettazioni di colloqui tra i boss che manifestavano timori per il suo arrivo.

«Sono esterrefatto nell’apprendere che viene data un’informazione che può essere grave per i cittadini, nella misura in cui si lascia trapelare un fatto sbagliato, cioè che la mia scelta di proporre a Di Matteo il ruolo importante all’interno del ministero sia stata una scelta rispetto alla quale sarei andato indietro perché avevo saputo di intercettazioni», ha replicato il ministro Bonafede. «Gli ho parlato della possibilità – ha aggiunto- di fargli ricoprire uno dei due ruoli di cui ha parlato lui, gli dissi che tra i due ruoli per me era più importante quello di direttore degli affari penali, più di frontiera nella lotta alla mafia ed era stato il ruolo ricoperto da Giovani Falcone. Alla fine dell’incontro mi pare che fossimo d’accordo, tanto che il giorno dopo lui mi chiese un colloquio e mi spiegò che non poteva accettare perché voleva ricoprire il ruolo di capo del Dap».

Ma al di là delle motivazioni che hanno spinto a rendere pubblica, a poche ore dalla nomina del nuovo capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, la proposta del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, la rivelazione aggiunge un nuovo capitolo a una carriera ricca di episodi che l’hanno reso famoso e noto al grande pubblico. Palermitano di 59 anni, magistrato dal 1991, ha legato la quasi interezza della sua attività inquirente alle indagini sulle stragi del 1992.

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Totò Riina voleva fargli fare la fine del «primo tonno, il tonno buono». Voleva fare «un’esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo con i militari»: chiaro riferimento al periodo delle stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Dava fastidio al capo dei capi il lavoro di Nino Di Matteo, all’epoca sostituto procuratore di Palermo che indagava sulla trattativa Stato-mafia. Da quando approdò alla Procura di Caltanissetta come giovane pubblico ministero ha dedicato la sua carriera alla lotta alla mafia e ai misteri delle stragi che tra maggio e luglio del 1992 uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Poi tornato a Palermo, la sua città, si è occupato, tra le altre cose, delle indagini su Salvatore Cuffaro, l’ex governatore della Sicilia poi condannato a sette anni di carcere per favoreggiamento a Cosa nostra. E poi ovviamente si è occupato della trattativa Stato-mafia, l’inchiesta di cui è stato il pm più longevo: ha aperto le indagini nel 2009, poi era in aula a Palermo nove anni dopo il giorno delle pesanti condanne emesse dalla corte d’assise per mafiosi come Leoluca Bagarella, politici come Marcello Dell’Utri e alti esponenti delle istituzioni come Mario Mori.

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