Italia

Che cos’è la sindrome di Stoccolma e perché viene associata al caso di Silvia Romano

La volontaria liberata dopo 18 mesi ha confermato la sua conversioni all’Islam. Secondo fonti investigative potrebbe essere frutto «della condizione psicologica in cui si è trovata durante il rapimento»

Sono tante le discussioni attorno alla liberazione di Silvia Romano. Tra queste c’è anche quella sulla sua conversione all’Islam. La giovane volontaria della onlus Africa Milele ha anche rivelato di essersi convertita all’Islam per libera scelta, una circostanza che è stata confermata da fonti investigative, secondo cui la conversione potrebbe essere frutto «della condizione psicologica in cui si è trovata durante il rapimento» che ha fatto subito pensare alla sindrome di Stoccolama, espressione coniata da Conrad Hassel, agente speciale dell’Fbi, usata per definire il rapporto di complicità che si crea tra la vittima e carnefice. Fonti investigative, citate dall’Agi, non escludono possa «trattarsi di una situazione psicologica legata al contesto in cui la ragazza ha vissuto in questi 18 mesi, non necessariamente destinata a durare nel tempo».

Le stesse fonti ricordano che «ci sono stati altri casi in passato» e il riferimento sembra essere a Simona Pari e Simona Torretta, le due cooperanti della Ong “Un ponte per” che il 28 agosto 2004 furono rapite a Baghdad. Il sequestro durò un mese: il 28 settembre le due furono rilasciate e intorno alla loro liberazione divamparono le polemiche: quando le due ventinovenni sostennero di non vedere l’ora di poter ritornare lì dove erano state rapite e ringraziarono più i loro carcerieri che le autorità che avevano ottenuto la loro liberazione. Anche allora si parlò di sindrome di Stoccolma.

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L’espressione sindrome di Stoccolma è stata usata dopo un episodio accaduto in Svezia nel 1973. Due rapinatori tennero in ostaggio per 131 ore quattro impiegati nella camera di sicurezza della Sveriges Kreditbank di Stoccolma. Emerse che durante il periodo di prigionia le vittime temevano più la polizia dei rapinatori. Una delle vittime sviluppò poi un forte legame sentimentale con uno dei rapitori, durato anche dopo la rapina. Dopo il rilascio i sequestrati chiesero la clemenza per i rapinatori e durante il processo alcuni ostaggi testimoniarono in loro favore.

La vittima, dopo aver superato il trauma iniziale, torna consapevole e quindi cerca un modo per sopportarla. Nel frattempo, vittima e rapitore continuano a trascorrere tempo insieme e questo, unito alla mancanza di forti esperienze negative, facilita l’insorgenza della sindrome di Stoccolma. Silvia Romano, ad esempio, ha raccontato di non aver subito violenze e di essere stata trattata bene dai suoi sequestratori. Al momento però non ci sono riscontri sul fatto che questa possa essere la condizione in cui si trova la giovane volontaria liberata.

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