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Smart working e diritto alla disconnessione: che cos’è e come funziona in Italia

Il ministro del Lavoro ha annunciato l’intenzione di regolare questa modalità di lavoro, nonostante questo sia già previsto dalla legge vigente. Dopo la fine del lockdown leggi e garanzie vanno riviste

Trasporti pubblici contingentati, distanziamento obbligatorio negli uffici: lo smart working sarà ancora a lungo protagonista anche nella fase 2. L’ultimo Dpcm raccomanda infatti «il massimo utilizzo di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza». Secondo Nomisma anche al termine dell’emergenza più stringente il 56% dei lavoratori, per un totale di due milioni di persone, chiederà di rimanere in queste condizioni. E i dipendenti della Pubbliche amministrazioni resteranno al 30% in smart working. Se così fosse, bisognerebbe ripensare buona parte dei taciti accordi tra datori di lavoro e lavoratori, stabilendo un nuovo perimetro di garanzie, regole e benefit.

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Ma nonostante il segretario della Cgil Maurizio Landini ha invocato la necessità di regolamentare lo smart working e il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, in un’intervista al Corriere della Sera, ha annunciato un incontro con le parti sociali per regolamentare questa modalità di lavoro, in realtà il diritto alla disconnessione esiste già (la legge 81/2017). L’art. 19 impone alle parti (datore e dipendente) di definire modalità e strumenti per consentire al lavoratore di interrompere le comunicazioni digitali nel corso della giornata: «L’accordo individua altresì i tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro».

Questo perché lo smart working è una modalità di lavoro nata e cresciuta per mansioni di un certo tipo: per i professionisti, per i freelance, per chi lavora in aziende che hanno stabilito la prestazione lavorativa per fasi, cicli e obiettivi, «senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro» e tramite l’ausilio di strumenti tecnologici. Non basta attaccare quell’etichetta a qualsiasi mansione svolta a casa. Quella che, in questa fase di emergenza coronavirus, è stata tradotta nel modo più massacrante con videocall stancanti, chat e e-mail infinite, reperibilità costante.

Secondo un’indagine di Bloomberg i lavoratori americani lamentano di lavorare tre ore in più al giorno in modalità smart working. Se davvero si andrà avanti con questo ritmo per almeno altri 6-9 mesi, nel senso che anche con il miglioramento dell’epidemia gli uffici dovranno rimanere in parte vuoti per modulare la pressione sui trasporti pubblici e privati e garantire il distanziamento negli uffici, bisognerà che le aziende ripensino a regole chiare per garantire il lavoro da casa. Ed è forse quello di cui parlava il ministro Catalfo. E si potrà fare soltanto andando a modificare la legge sullo smart working (n. 81/2017) per elevare per esempio in modo più netto il cosiddetto diritto alla disconnessione a principio assoluto per tutti i contratti, non solo quelli che lo hanno già stabilito.

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