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Smart working e diritto alla disconnessione: che cos’è e come funziona in Italia

Redazione di Redazione
Maggio 11, 2020
in Italia
Tempo di lettura: 2 mins read
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Smart working e diritto alla disconnessione: che cos’è e come funziona in Italia

Trasporti pubblici contingentati, distanziamento obbligatorio negli uffici: lo smart working sarà ancora a lungo protagonista anche nella fase 2. L’ultimo Dpcm raccomanda infatti «il massimo utilizzo di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza». Secondo Nomisma anche al termine dell’emergenza più stringente il 56% dei lavoratori, per un totale di due milioni di persone, chiederà di rimanere in queste condizioni. E i dipendenti della Pubbliche amministrazioni resteranno al 30% in smart working. Se così fosse, bisognerebbe ripensare buona parte dei taciti accordi tra datori di lavoro e lavoratori, stabilendo un nuovo perimetro di garanzie, regole e benefit.

LEGGI ANCHE: Smart working contro il coronavirus: cos’è e come funziona

Ma nonostante il segretario della Cgil Maurizio Landini ha invocato la necessità di regolamentare lo smart working e il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, in un’intervista al Corriere della Sera, ha annunciato un incontro con le parti sociali per regolamentare questa modalità di lavoro, in realtà il diritto alla disconnessione esiste già (la legge 81/2017). L’art. 19 impone alle parti (datore e dipendente) di definire modalità e strumenti per consentire al lavoratore di interrompere le comunicazioni digitali nel corso della giornata: «L’accordo individua altresì i tempi di riposo del lavoratore nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro».

Questo perché lo smart working è una modalità di lavoro nata e cresciuta per mansioni di un certo tipo: per i professionisti, per i freelance, per chi lavora in aziende che hanno stabilito la prestazione lavorativa per fasi, cicli e obiettivi, «senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro» e tramite l’ausilio di strumenti tecnologici. Non basta attaccare quell’etichetta a qualsiasi mansione svolta a casa. Quella che, in questa fase di emergenza coronavirus, è stata tradotta nel modo più massacrante con videocall stancanti, chat e e-mail infinite, reperibilità costante.

Secondo un’indagine di Bloomberg i lavoratori americani lamentano di lavorare tre ore in più al giorno in modalità smart working. Se davvero si andrà avanti con questo ritmo per almeno altri 6-9 mesi, nel senso che anche con il miglioramento dell’epidemia gli uffici dovranno rimanere in parte vuoti per modulare la pressione sui trasporti pubblici e privati e garantire il distanziamento negli uffici, bisognerà che le aziende ripensino a regole chiare per garantire il lavoro da casa. Ed è forse quello di cui parlava il ministro Catalfo. E si potrà fare soltanto andando a modificare la legge sullo smart working (n. 81/2017) per elevare per esempio in modo più netto il cosiddetto diritto alla disconnessione a principio assoluto per tutti i contratti, non solo quelli che lo hanno già stabilito.

Tags: Diritto di disconnessioneNunzia CatalfoSmart working
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Fondatore e Direttore Editoriale: Maurizio Andreanò
Direttore Responsabile: Giusy Bottari
Mail: redazione@pickline.it

Alcune delle immagini pubblicate su questo sito sono state reperite da Internet e sono quindi ritenute di pubblico dominio. Se l'autore di una qualsiasi immagine ritenesse che la sua presenza sul nostro sito leda i propri diritti, è invitato a contattarci all'indirizzo email redazione@pickline.it. Dopo la ricezione della comunicazione e la verifica della richiesta, provvederemo prontamente alla rimozione delle immagini in questione.

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