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Coronavirus, il vaccino non sarà per tutti: priorità agli Stati Uniti

L’amministrazione Trump ha avviato un’operazione che destina risorse quasi illimitate per sviluppare vaccini anti-Covid. Ma solo per gli Usa, stringendo un accordo preliminare con una casa farmaceutica francese

La filosofia dell’American first emerge anche in tempi di pandemia globale. A dispetto degli sforzi internazionali di collaborazione e condivisione di conoscenze e risorse, l’amministrazione di Donald Trump ha avviato un piano (Warp speed) che destina risorse quasi illimitate per sviluppare vaccini anti-coronavirus in tempi record. Obiettivo infatti è avere 300 milioni di dosi entro gennaio 2021, ma solo per gli americani. Gli Stati Uniti hanno, infatti, aperto un canale preferenziale con la casa farmaceutica francese Sanofi e riceveranno per primi le dosi prodotte.

Ed è scontro con l’Unione europea: «Il vaccino contro il Covid deve essere un bene pubblico, il suo accesso sarà equo e universale». «Gli Stati Uniti avranno diritto all’ordinazione prioritaria più consistente, dal momento che hanno investito di più», ha annunciato all’agenzia Bloomberg il Ceo dell’azienda Paul Hudson. All’Europa e al resto del mondo saranno destinate le dosi rimanenti, ma solo dopo aver soddisfatto gli ordini statunitensi. «In questo periodo gli americani sono efficaci – dicono dalla casa farmaceutica francese – e anche l’Ue deve esserlo altrettanto, aiutandoci a mettere a disposizione molto rapidamente il vaccino. Gli Stati Uniti hanno già previsto di versare centinaia di migliaia di euro, mentre con le autorità europee siamo ancora a livello di pourparler. Comunque alla fine comunque, ha tagliato corto ci saranno dosi sufficienti per tutti».

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Le dosi, in realtà, non saranno sufficienti per tutti. Almeno non subito. L’ultimo fra i vaccinati potrebbe essere immunizzato addirittura diversi anni dopo il primo. Spingendo a pieno ritmo tutte le fabbriche del mondo e rinunciando a qualunque altro vaccino, si arriverebbe a 5 miliardi di dosi all’anno. Ai 12-18 mesi necessari – secondo le previsioni più ottimistiche – per la messa a punto di un rimedio definitivo contro la pandemia, andrebbero aggiunti anche i tempi per la produzione e la distribuzione. Dei 110 gruppi al lavoro nel mondo, ognuno con un approccio tecnico diverso dall’altro, un terzo circa si trovano negli Usa, una quindicina in Europa e altrettanti in Cina. Chi prima otterrà l’immunizzazione, prima potrà riaprire la sua economia. E Pechino è in testa alla gara, con quattro degli otto prototipi già in sperimentazione sull’uomo, l’esercito coinvolto nei test, dati positivi nelle scimmie, la promessa di iniziare la produzione su grandi numeri da luglio. Per il presidente Usa Trump si tratterebbe di uno scenario pre-elettorale disastroso.

Per questo motivo con l’operazione “Warp speed” gli Stati Uniti hanno scelto 14 prototipi di vaccini e stanno spingendo al massimo per ottenere 300 milioni di dosi per gennaio 2021. Ovviamente, non verranno destinate all’esportazione. America first, appunto. Washington intanto accusa la Cina non solo di aver fatto scappare il virus dal laboratorio di Wuhan, ma anche di spionaggio scientifico, attraverso atti di pirateria informatica ai danni degli scienziati americani che lavorano a farmaci e vaccini.

Intanto, più di 140 tra capi di stato e scienziati, tra cui il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, il primo ministro pakistano Imran Khan e il premio Nobel Joseph Stiglitz hanno lanciato un appello invitando tutti i paesi a unirsi per un «vaccino popolare» contro il Covid-19. La richiesta è garantire che eventuali trattamenti e vaccini efficaci siano disponibili a livello globale per chiunque ne abbia bisogno, gratuitamente.

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