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La ripartenza del calcio italiano, più schiavo che mai degli interessi economici

Finalmente si torna in campo il 12, 13 e 17 giugno con la Coppa Italia. Poi il 20 riparte la Serie A e il 26 la Serie B. Ma dietro lo slogan della ripartenza del calcio come messaggio di speranza ballano 233 milioni di ragioni legate alla dipendenza da parte di tutti i club, e in particolar modo dei “piccoli”, nei confronti degli introiti garantiti dalle TV

Insomma, diciamo la verità, il sistema stava implodendo e la mancata ripresa metteva a serio rischio anche l’inizio della prossima stagione, perché dall’analisi dei bilanci si paventava il rischio di non iscrizione al prossimo campionato per tutta l’area della Lega Pro, per molti club di Serie B e per qualcuno di A. Insomma, per chi già viveva un equilibrio economico precario, inevitabilmente acuito dall’emergenza Covid. In generale, senza catastrofismo alcuno, il problema avrebbe potuto riguardare il 75% delle società professionistiche. Se la Federcalcio si fosse vista costretta ad annullare la stagione, il danno preventivato sarebbe stato tra i 700 e gli 800 milioni di euro, considerate per difetto le seguenti cifre: circa 450 milioni di mancato introito dei diritti televisivi relativi all’ultimo terzo di stagione, oltre a 100 milioni circa di mancati incassi tra biglietti e abbonamenti da restituire e una cifra intorno ai 150 milioni di ricavi commerciali svaniti. Oggi con la ripartenza, i danni sono stati limitati a circa il 20/30% delle superiori cifre euro più, euro meno.

Ma il calcio italiano, con scelte contraddittorie e confusionarie, ha comunque dato sfoggio del peggio di sé. Tutte le riunioni in Lega sono state condite da continui rinvii e infinite indecisioni. Il management attuale del calcio nostrano ancora una volta ha dimostrato di essere sempre diviso, inadeguato, senza prospettive e incapace di una programmazione con un occhio al futuro. La miopia di un’impostazione arcaica e addomesticata a una lobby difficile da scardinare rischia quindi di scavare un ulteriore solco ancora più profondo tra i team nostrani e quelli europei, capaci differentemente di una forte modernizzazione. È di tutta evidenza come il calcio moderno sia sempre più paragonabile a un’industria e ogni club a un’impresa in grado di produrre fatturati elevati incrementando: i Diritti TV, i ricavi da Match-Day, le Sponsorizzazioni, il Merchandising e il Player Trading. Ma, in Italia, i ricavi commerciali latitano o non variano al passo con i tempi, e i bilanci di moltissimi club si basano esclusivamente su Diritti TV domestici e ricavi da stadio.

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L’emergenza Covid-19 e i tre mesi di stop forzato hanno prodotto danni incalcolabili: ad esempio alcune proiezioni riportano come la Juventus potrebbe accusare un calo dei ricavi pari a rispettivamente 65/140 milioni nel 2019/20 e tra 15/55 milioni e 120/215 milioni nel 2020/21. Lo scenario peggiore vedrebbe un calo di ricavi pari a 355 milioni. L’Inter potrebbe arrivare a 50/110 milioni nel 2019/20, mentre tra 15/55 milioni e 95/170 milioni nel 2020/21. Anche per i nerazzurri si profila un calo massimo di 280 milioni. Per la Roma, la cui situazione attuale non può considerarsi florida, si prevede una proiezione delle perdite attorno ai 160 milioni mentre invece per il più virtuoso Napoli sarebbe di circa 130 milioni. A conti fatti lo scenario peggiore di questi quattro club potrebbe determinare una perdita complessiva di 925 milioni. La logica che ha determinato la ripresa del campionato è da riassumersi tutta in questa semplice addizione.

Oltre ai danni economici sopra menzionati, la mancata ripresa del campionato avrebbe potuto comportare anche severe sanzioni da parte della Uefa, la quale aveva chiaramente comunicato che, in caso di mancata ripresa dei campionati al termine dell’emergenza Coronavirus, i club di tali campionati non sarebbero stati ammessi alle competizioni internazionali di Champions ed Europa League. Ma non è finita qua, economicamente un’altra mazzata non indifferente e comunque già a bilancio, deriva dalla chiusura degli stadi e dai mancati introiti da botteghino tant’è che da qualche giorno al fine di ridurre le perdite, si valuta anche la riapertura al pubblico degli stadi durante questa lunga e caldissima estate calcistica. Questa la premessa, adesso torniamo ai fatti.

Le ultime partite giocate in serie A sono state i recuperi della 26ª giornata (29.02.2020) e rispettivamente: Parma – Spal (domenica 8 marzo h. 12.30), Milan – Genoa (domenica 8 marzo h. 15.00), Juventus – Inter (domenica 8 marzo h. 20.45) sulla quale tanto è stato detto e scritto, quella dei rinvii senza un domani, quella del “a porte chiuse” no meglio “a porte aperte”, ed infine Sassuolo – Brescia (lunedì 9 marzo h. 18.30), quest’ultima giocata quando già le voci di una possibile sospensione del campionato erano ormai sempre più insistenti. Sono le 22.00 circa del 9 marzo (solo un giorno dopo i recuperi) quando il premier Giuseppe Conte annuncia agli italiani che “purtroppo tempo non ce n’è”. Troppi malati, troppi morti (le vittime erano 463, oltre 30 mila adesso). Perciò dal 10 marzo, un nuovo decreto e lockdown. Parola dal suono duro per dire che il Paese si chiude e si ferma, tranne i servizi essenziali. Ma il calcio in realtà non aveva la benché minima intenzione di fermarsi perché sapeva di non poterselo permettere, in quanto, al di là delle evidenti implicazioni sportive, la ragione era soprattutto di carattere legale ed economica.

L’Italia del calcio avrebbe potuto vivere un’altra estate bollente tra carte bollate e ricorsi riguardanti promozioni e retrocessioni. La sospensione momentanea, ed eventualmente solo in un secondo momento definitiva, del campionato imposta direttamente dal Governo era la panacea per Figc e Lega Calcio per evitare gli ulteriori contenziosi sul pagamento dei diritti tv, sul taglio degli stipendi dei giocatori, e sulla disciplina da applicare ai contratti in scadenza dei giocatori, per potersi esimere da qualsiasi responsabilità e salvare quanto meno parzialmente la parte economica. In realtà, come sempre avviene a casa nostra, onde evitare lo spauracchio di finire in tribunale, i contrasti sorti tra le parti coinvolte: Figc da una parte, Club e Aic dall’altra, Governo da una parte Figc, Club e Aic dall’altra, divise ognuna di esse per una ragione differente sul tema della ripresa o della sospensione definitiva del torneo, ha fatto si che si potesse creare inaspettatamente un fronte comune per la ripresa, pur sapendo che giocare 127 partite dal 12 giugno al 2 agosto è un tour de force che falsa completamente un campionato rendendolo privo di valore sportivo.

Le “pressioni” sulla politica e sul Governo hanno avuto ragione sull’emergenza solo il 26 aprile scorso quando il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, di concerto con il Ministro per le Politiche Giovanili e lo Sport Vincenzo Spadafora, ha annunciato la cosiddetta “fase 2” del distanziamento sociale per evitare rischi da contagio da Coronavirus. Le misure del Dpcm in vigore dal 4 maggio hanno aperto uno spiraglio per la ripresa dei campionati di calcio nel nostro Paese, tant’è che furono autorizzate dal 4 maggio le sessioni di allenamento degli atleti professionisti e non professionisti a livello individuale sempre consentite nel rispetto delle norme di distanziamento sociale, senza assembramenti e a porte chiuse. Mentre la data per il ritorno in campo delle squadre per gli allenamenti collettivi fu fissata al 18 maggio. E dunque il calcio nostrano ha potuto iniziare a ragionare dal 18 maggio in poi, anche se non vi era alcuna certezza circa una ipotetica ripresa del campionato di serie A. Il 19 maggio scorso è poi stato validato dal Comitato tecnico scientifico della protezione civile il protocollo della Figc per la ripresa in sicurezza degli allenamenti collettivi del calcio, il quale contiene le prescrizioni alle quali le società sportive si devono adeguare per poter riprendere gli allenamenti: le società dovranno suddividere la squadra in “gruppi squadra”, ciascuno formato da calciatori, allenatori, massaggiatori, fisioterapisti, magazzinieri e medici sociali. Non è più obbligatorio il ritiro blindato dei calciatori, a meno che non venga trovato nel gruppo squadra un soggetto positivo, il quale dovrà necessariamente essere posto in quarantena. Il gruppo squadra quindi verrà sottoposto a isolamento fiduciario in una struttura concordata e sottoposto a valutazione clinica (tamponi ogni 48 ore per due settimane). Nessun membro del gruppo potrà avere contatti esterni, ma tutti potranno continuare ad allenarsi. Per quanto riguarda le modalità di allenamento, è consentito il lavoro di gruppo, comprese le partitelle di allenamento, che dovranno svolgersi il più possibile all’aperto: le sedute in palestra inizialmente dovranno infatti essere ridotte al minimo. Negli spogliatoi dovrà essere mantenuto un distanziamento di almeno 2 metri e non saranno consentite le docce negli impianti sportivi.

Nel frattempo Gabriele Gravina, presidente della Figc spingeva mediaticamente per la ripartenza: “Non posso essere io il becchino del calcio italiano. Fermarsi oggi sarebbe un disastro. Se il calcio non ripartisse, ci sarebbe un pesante impatto negativo sul settore ma anche sul Paese, visto che vengono movimentati circa 5 miliardi di euro. Lo scudetto? Andrà alla squadra che farà più punti perché sono convinto che continueremo a dare gioia e speranza agli italiani. Ci sono due correnti di pensiero: quella per la quale si dovrebbe chiudere tutta l’attività collegata al mondo dello sport e c’è una corrente che porto avanti che è quella di continuare. Spero comunque che l’Italia nel mese di giugno possa avere la possibilità di vivere un momento di sollievo diverso a quello che stiamo vivendo in questo momento”.

Anche il Presidente del Coni Giovanni Malagò spronava i vertici della Serie A: “Ripartenza? Ora è il momento di prendere decisioni. Tutti devono perdere qualcosa, l’ideale sarebbe trovare insieme il modo che non ci siano vinti né vincitori e che il calcio possa ripartire il prima possibile e a prescindere da questa stagione. Il campionato riprenderà al 99%, ma non so se arriverà alla fine. Io penso che c’è un rischio piccolo o grande che il campionato o non ricominci, anche se ormai si sono create tutte le condizioni da protocollo che ricominci, ma ci può essere la possibilità che non finisca. A differenza di tanti paesi, a cominciare dalla Germania, che ha già messo in sicurezza il sistema, ha già fatto l’accordo con le televisioni, da noi non c’è assolutamente nulla. Allora ho detto facciamo un piano B, poi sta alla federazione dire se giochiamo fino a ottobre o si fanno playoff o playout. Normalmente se scegli una strada non puoi dire facciamo prima questo e poi l’altro, non è elegantissimo”.

Anche il ministro Spadafora infine annunciava al Tg Sport su Rai2: “Una data certa per la ripartenza del campionato? Ho convocato poco fa una riunione il 28 maggio alle 15, con Gravina, Dal Pino e tutte le altre componenti di Federazione e Lega proprio perché credo che noi giovedì prossimo saremo nelle condizioni di avere tutti i dati a disposizione per potere insieme con il governo decidere la data, se e quando ripartirà il campionato. Il 28 maggio è la data per decidere”.

Quindi il giorno fissato, i vertici dell’Italia pallonara, divisi su tutto, hanno avuto però la forza di compattarsi al momento giusto in mezz’ora di video conferenza, che ha visto intorno a un tavolo il ministro Spadafora, Gravina, Paolo Dal Pino (numero uno della Lega A), Mauro Balata (referente della Lega B), Francesco Ghirelli (massimo dirigente della Lega C), Cosimo Sibilia (leader dei Dilettanti), Damiano Tommasi (Asso-calciatori), Renzo Ulivieri (Asso-allenatori), Marcello Nicchi (presidente AIA). A 3 mesi dall’ultima gara giocata, si riparte ma gli impianti resteranno chiusi al pubblico. L’assemblea della Lega di Serie A ha ufficializzato il calendario dal 20 giugno al 23 luglio, ovvero dalla ripresa del campionato coi recuperi della 25ª giornata fino alla 35ª. Date e orari delle ultime 3 giornate verranno definiti in seguito, rendendo ufficiali gli aspetti formali riguardanti anche gli ultimi passaggi burocratici. Un vero e proprio tour de force (ogni tre giorni) di partite spalmate su 3 fasce orarie. Si arriverà fino al 26 luglio, prima del ritorno di Champions ed Europa League. Il tutto mentre la Lega, in attesa di 220 milioni dalle tv, era pronta a fare causa a Sky, Dazn e Img. Ma mentre le ultime due avanzavano delle proposte transattive, il 27 maggio u.s. veniva depositato presso il Tribunale di Milano il decreto ingiuntivo relativo al mancato pagamento dell’ultima rata dei diritti tv contro Sky, ufficializzando la frattura con l’azienda che è stata negli ultimi 20 anni il partner privilegiato.

Che differenza con la Bundesliga dove il sistema calcio si è presentato dal governo con un progetto chiavi in mano, senza spaccature, con accordi su tutto. Hanno registrato persino la novità Amazon che trasmetterà alcune partite. Spagna ed Inghilterra naturalmente hanno copiato dai tedeschi. Del sistema calcio italiano non si può dire la stessa cosa. I club solo apparentemente sono sulla stessa linea. Hanno votato compatti per non perdere i soldi di Sky (e di Dazn e Img) che peraltro sono a rischio. Ma sono divisi tra di loro. Così come i calciatori. Che sono spaventati per le conseguenze fisiche e non hanno gradito l’apertura della Figc ai club sulla questione stipendi. L’unico vero vincitore, a questo punto, non potrà che essere il Fantozzi che è in ogni tifoso – e anche nello scrivente – che dopo la forzata crisi d’astinenza riprenderà inesorabilmente il suo posto, “con tavolino davanti la TV, frittatona di cipolle e familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero”. Da metà giugno l’Italia pallonara potrà rivivere i mondiali del 1990, mancheranno solo Gianna Nannini e Edoardo Bennato con il sottofondo di “Notti Magiche” e gli occhi spiritati di Totò Schillaci, ma non passerà giorno senza almeno una partita e andremo avanti così fino a settembre… Ah dimenticavo, buon divertimento.

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Antonello Fallanca

Antonello Fallanca. Avvocato, affetto da una maniacale passione per il calcio
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