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Brexit senza accordo, ora il rischio è davvero concreto

L’esecutivo guidato da Boris Johnson ha reso noto che non intende chiedere una proroga per il completamento del negoziato. Restano dunque sei mesi per trovare un accordo con l'Europa

«L’Unione europea deve prepararsi all’eventualità di una Brexit senza accordo». È stato questo l’avvertimento lanciato da Angela Merkel, presidente di turno dell’Ue. Da quando il 19 giugno 2017 sono formalmente iniziati i negoziati per il divorzio tra Londra e Bruxelles non si contano più le volte in cui questo allarme è stato lanciato. Ma ora il rischio è davvero concreto perché il governo di Boris Johnson ha reso noto che non intende chiedere una proroga del periodo di transizione per il completamento del negoziato con l’Ue oltre la scadenza del 31 dicembre 2020.

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Restano dunque sei mesi per trovare un accordo con l’Europa. In teoria anche meno perché, una volta definito, il testo dell’accordo dovrà essere ratificato entro fine anno, il che richiederà diverse settimane dato che ciascuno dei 27 paesi membri dell’Unione europea dovrà procedere alla ratifica. Entro l’autunno, dunque, occorrerebbe quindi partorire un accordo di libero scambio (Free Trade Agreement o FTA) gradito a entrambe le parti per proseguire i loro scambi senza tariffe e barriere non tariffarie. In caso contrario si applicheranno le norme standard dell’Organizzazione Mondiale del Commercio per le quali Johnson ha già predisposto una transizione in tre fasi al fine di rendere meno traumatico il nuovo assetto per l’economia britannica.

Ma una Brexit senza accordo non è affatto scongiurata. Angela Merkel,dopo le difficoltà manifestate anche dal capo negoziatore Ue, Michel Barnier, nel portare a compimento i termini dell’accordo siglato con il Regno Unito nel corso di questo anno di transizione, in scandenza al 31 dicembre 2020, apre di nuovo alla possibilità di un divorzio totale. Una sfida, quella di evitare un no deal, che la cancelliera ha deciso di intraprendere e che sarà uno dei fari della presidenza tedesca del Consiglio dell’Ue che durerà, come di consueto, 6 mesi. L’idea, ha dichiarato, è quella di trovare una «buona soluzione» e raggiungere un accordo definitivo entro l’autunno.

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Dopo il superamento dell’impasse interna al Regno Unito sulla firma dell’accordo, costato la premiership a Theresa May, e l’ok definitivo del Consiglio Ue sull’intesa alla fine di gennaio, le contrattazioni sono andate avanti. Perché se sulla carta un’intesa esiste, questa deve poi essere tradotta in nuovi accordi bilaterali che regolino i rapporti tra Unione e Gran Bretagna in tutti i campi.

Ma le difficoltà non sono poche. L’esplosione della pandemia di coronavirus in Europa ha certamente rallentato il lavoro dei negoziatori. Lo aveva fatto capire lo stesso Barnier meno di un mese fa quando al termine dell’ultimo round di negoziati aveva dichiarato che «non ci sono stati progressi significativi» nei negoziati con Londra, ma un accordo «deve essere trovato da oggi al 31 ottobre». L’autunno è il tempo limite che l’Unione si è data per poter pensare di arrivare a un’uscita del Regno entro fine anno con un accordo.

I punti di scontro sull’adesione del Regno ad alcune norme comunitarie rimangono però ancora tanti. Bruxelles punta a trattenere Londra il più possibile all’interno dei parametri dell’Unione, così da limitare il più possibile una forte concorrenza al confine, dall’altra la spinta secessionista del governo Johnson, pressato dall’ala più oltranzista dei conservatori, chiede la piena indipendenza. E uno dei campi di maggior scontro è quello della pesca: da un lato i britannici intendono garantire ai pescherecci inglesi il prioritario accesso alle acque nazionali, dall’altro l’Ue reclama il «reciproco accesso ai mercati e ai mari» tra la Gran Bretagna e i 27. Questo perché quelle zone sono importanti anche per l’economia comunitaria, visto che la maggior parte del pescato dell’Unione proviene, attualmente, dall’Atlantico nord-orientale. Alla Germania, che dal 1° luglio ha la presidenza del Consiglio Europeo, l’arduo compito di negoziare le condizioni migliori per l’Ue.

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