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Autostrade, il piano da 3,4 miliardi per evitare la revoca della concessione

Atlantia sarebbe anche pronta a rivedere le sue quote azionistiche sotto il 50%. Il governo esaminerà la questione in un consiglio dei ministri convocato per martedì

La proposta di Autostrade per l’Italia per ripartire, a ormai due anni dalla tragedia del Ponte Morandi, è ora sul tavolo del governo. Secondo indiscrezioni attendibili la società avrebbe accolto le richieste avanzate dai tecnici del governo nella riunione di mercoledì scorso e sarebbe disposta ad alzare l’ammontare del pacchetto di risarcimento da 3 a 3,4 miliardi. Di questa cifra 700 milioni sono destinati alla ricostruzione del Ponte Morandi e a vari indennizzi per la città di Genova, 1,5 miliardi sono costituiti da opere di manutenzione straordinaria lungo tutta le rete autostradale in concessione, mentre la restante parte (1,2 miliardi) servirebbe a finanziare una corposa riduzione delle tariffe su uno schema preparato dall’Autorità dei Trasporti.

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A questo pacchetto si dovrebbero aggiungere 14,5 miliardi di investimenti previsti fino al 2038 e 7 miliardi di spese di manutenzione ordinaria già previsti nella precedente proposta e facenti parte del piano di sviluppo sull’arco della concessione fino al 2038. Il problema è che per finanziare tutto questo Aspi ha bisogno di un’iniezione di risorse. Operazione che ad oggi appare difficile visto che l’azienda ha in pancia oltre 9 miliardi di debiti e le società di rating l’hanno declassata a livello spazzatura dopo l’approvazione del decreto Milleproroghe, con cui è stato rivisto al ribasso l’indennizzo che il governo italiano dovrebbe erogare alla stessa Aspi in caso di revoca della concessione (passato dai 23 miliardi fissati nel 2008 agli attuali 7).

La questione si lega a doppio filo con il cambiamento dei vertici: la maggioranza giallorosa è compatta nel chiedere ai Benetton di fare un passo indietro. La famiglia attualmente controlla il 30% di Atlantia che, a sua volta, possiede l’88% di Aspi. L’ipotesi è che scenda sotto il 50%, lasciando il controllo a Cassa depositi e prestiti, al fondo F2i o ad altri fondi come l’australiano Macquaire. Un passaggio fondamentale che si verificherebbe in modo contestuale all’aumento di capitale. Se così non fosse, se una parte del governo non dovesse accettare il compromesso con i Benetton, l’unica alternativa sarebbe la revoca.

La palla passa nuovamente nel campo della politica ed è proprio qui che emergono i contrasti più forti: tra chi chiede la revoca incondizionata della concessione, in particolare molti esponenti dei Cinqustelle, e chi vorrebbe invece trattare una modifica della concessione con i Benetton accogliendo la possibilità che possano scendere in minoranza in Aspi. L’esecutivo dovrebbe dare il suo verdetto nel Consiglio dei ministri in agenda per martedì.

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