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Autostrade per l’Italia, con la revoca della concessione rischio default da oltre 19 miliardi

Se il governo decidesse una tale mossa, la società fallirebbe immediatamente con serie conseguenze su mercati obbligazionari europei

Un default da oltre 19 miliardi di euro. È la previsione di alcuni analisti finanziari in caso di revoca della concessione ad Aspi. Con il decreto Milleproroghe sono venute a mancare le risorse per il ripagamento di quasi 10 miliardi di debito complessivo mentre circa 9 miliardi sarebbe l’impatto a cascata su Atlantia (che controlla l’88% del capitale di Autostrade per l’Italia ed è garante inoltre di circa 5 miliardi di debito della controllata). Si tratta di importi in gran parte detenuti da investitori istituzionali e grandi istituzioni finanziarie italiane ed europee, oltre che, per 750 milioni, relativi ad un prestito obbligazionario retail Aspi detenuto da 17.000 piccoli risparmiatori.

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L’ammontare di debito complessivo in default (oltre 19 miliardi) avrebbe serie conseguenze sui mercati obbligazionari e bancari europei visto che la maggior parte del debito è rappresentato da titoli quotati detenuti da grandi investitori di debito internazionali, oltre che da grandi istituzioni finanziarie europee (come Banca Europea per gli Investimenti) e italiane (come Cassa Depositi e Prestiti, Banca Intesa, Unicredit,…), oggetto anche di PRESTITI della Banca Centrale Europea.

Peraltro Autostrade per l’Italia ha anche emesso un prestito obbligazionario retail (per 750 milioni) detenuto da circa 17.000 piccoli risparmiatori italiani. Inoltre il capitale di Autostrade per l’Italia è detenuto da grandi investitori internazionali, come il gruppo assicurativo Allianz (7% del capitale assieme ai suoi partner), nonché il fondo sovrano cinese Silk Road Fund (5% del capitale), oltre che da Atlantia, società fra le “blue chips” della Borsa Italiana che conta oltre 40.000 azionisti, fra cui il fondo sovrano di Singapore GIC (8,1% del capitale), la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (4,8% del capitale) e i maggiori investitori istituzionali internazionali del mondo (prevalentemente società di gestione di USA, Gran Bretagna, Francia, Germania e Australia) e i risparmiatori italiani. Uno scenario che creerebbe un precedente unico, scoraggiando totalmente ogni nuovo investimento estero in Italia.

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