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La posizione dell’Olanda al Consiglio europeo sul Recovery Fund

Partenza in salita per il vertice che dovrebbe trovare la quadra sugli aiuti anti-crisi. I Paesi Bassi insistono sul voto all'unanimità sui piani di ripresa nazionali e non vogliono rinunciare agli sconti sui contributi al bilancio comunitario. Rutte: «Meno del 50% di possibilità di raggiungere un accordo»

È più che mai incerto l’esito del Consiglio europeo che ha preso il via a Bruxelles, il primo con i leader presenti di persona dopo il lockdown per il coronavirus, considerato decisivo per le sorti dell’Unione. Sul tavolo dei 27 ci sono due temi strettamente legati tra loro: il bilancio comune pluriennale di oltre mille miliardi di euro per i sette anni compresi tra il 2021 e il 2027, su cui a febbraio non erano riusciti a trovare un accordo, e il Recovery Fund, ribattezzato da Ursula von der Leyen Next Generation Eu, il fondo da 750 miliardi per uscire dalla recessione economica innescata dal Covid-19 con un’Europa più forte, più verde e più digitale.

Il vertice del 19 giugno non era riuscito a raggiungere un accordo, e ancora adesso le posizioni restano distanti. La cancelliera tedesca Angela Merkel, che conferma l’asse con la Francia, lo dice chiaramente: «Le trattative saranno molto, molto difficili». Sebastian Kurz, cancelliere austriaco, a nome dei Paesi frugali, spiega le sue ragioni: «Rimane cruciale che gli aiuti siano usati per riforme lungimiranti e non per progetti orientati al passato».

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Ma la posizione più dura resta quella dell’Olanda che continua a insistere sul voto all’unanimità dei leader sui piani di ripresa nazionali. E di conseguenza la possibilità di bloccare con un veto l’erogazione di fondi ai Paesi che non facessero riforme secondo le richieste dell’Aja. Ipotesi bocciata sonoramente da Giuseppe Conte e ritenuta impraticabile da fonti europee: oltre a non essere accettabile per varie delegazioni, sarebbe di difficile applicazione sotto il profilo pratico. La proposta di mediazione portata al vertice dal presidente del Consiglio Ue Charles Michel prevede che la Commissione conduca una valutazione e il Consiglio la voti a maggioranza qualificata.

Lo scontro sarà anche sulla cifra da destinare al fondo: i soldi potrebbero infatti fermarsi a 600 miliardi. «Quanto alle sovvenzioni a fondo perduto, se vogliono che le concediamo invece dei prestiti, allora devono dare garanzie molto forti», ha ribadito il premier Mark Rutte. A cui però sta a cuore anche e soprattutto che restino invariati o comunque siano fissati «a un livello sufficiente» gli «sconti» sui versamenti al bilancio Ue di cui il suo Paese e gli altri nordici hanno goduto finora. «Il Consiglio europeo è uno scambio permanente di migliaia di veti», ha detto Rutte precisando di essere giunto a Bruxelles con l’obiettivo di convincere gli altri leader con dei «ragionamenti», piuttosto che minacciare un veto. In ogni caso, ha gelato i partner, «vedo poco meno del 50% di possibilità di raggiungere un accordo entro domenica».

Sono almeno tre i punti più controversi che il Consiglio europeo deve superare: le dimensioni finanziarie della risposta anti-crisi, la divisione dell’esborso tra aiuti a fondo perduto e prestiti da restituire, l’assegnazione al Consiglio europeo (quindi agli Stati) del potere di bocciare i piani nazionali d’investimento. Obiettivo politico della Commissione Ue, però, è di stanziare almeno 500 miliardi a fondo perduto. I frugali (Austria, Olanda, Danimarca e Svezia) considerano troppo alto il fondo perduto e, in generale, premono perché siano mobilitate meno risorse nel piano anti-crisi. Queste posizioni trovano larghi consensi anche in molti partiti conservatori, tedeschi e finlandesi.

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