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Il potere di veto e gli altri nodi che rischiano di far saltare l’accordo sul Recovery Fund

Il Consiglio europeo rischia di chiudersi con un nulla di fatto, dopo che per due giorni il negoziato è rimasto fermo a causa le richieste dell’Olanda e dei paesi nordici

Che non sarebbe stato facile trovare un accordo era chiaro già nei giorni precedenti al Consiglio europeo che da venerdì 17 luglio sta cercando di trovare una quadra sul Recovery Fund, il pacchetto di aiuto che mira a sostenere la ripresa dei Paesi più colpiti dalla crisi generata dal Covid-19, e il bilancio Ue 2021-2027 a cui è collegato. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha messo le mani avanti dicendo che ci sono ancora posizioni diverse sull’entità degli aiuti, sulle regole per accedervi e su come applicarle: «Non posso ancora dire se troveremo una soluzione. C’è molta buona volontà, ma potrebbe darsi che oggi non venga raggiunto un risultato».

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Il primo ostacolo da superare riguarda il potere di veto sull’uso dei fondi: l’Olanda vuole un voto all’unanimità in Consiglio per l’approvazione dei piani nazionali di ripresa, contenenti le riforme che i Paesi devono attuare per avere i soldi. Tutti gli altri 26 Stati membri non sono d’accordo. Ma il premier Rutte sembra inamovibile. È emersa anche l’ipotesi di ricorrere a un «freno di emergenza» che consentirebbe a un governo di chiedere una discussione in Consiglio se si ritiene che un Paese non rispetti gli impegni di riforma.

Per l’Italia è inaccettabile. La proposta di Michel, che ha accolto quella della presidenza tedesca, prevede che il Consiglio decida a maggioranza qualificata in due mesi su una proposta della Commissione, cui seguiranno al massimo quattro settimane per l’esborso. Per Roma è fondamentale il mantenimento della responsabilità nazionale sulle riforme e che il procedimento sia veloce. Conte ha evocato l’ipotesi di ricorrere alla Corte di giustizia Ue e ha proposto che il cosiddetto “super freno” (il meccanismo introdotto per andare incontro ad Amsterdam e permettere lo stop dell’erogazione dei fondi su richiesta di uno Stato membro) sia attivato a maggioranza qualificata.

In ballo c’è anche una pioggia di miliardi che l’Olanda e gli altri Paesi nordici (Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia) vogliono diminuire. Non accettano che l’ammontare dei sussidi a fondo perduto a valere sul Recovery Fund sia di almeno 400 miliardi (a fronte dei 500 proposti dalla Commissione), come intendeva proporre il presidente del Consiglio europeo Charles Michel alla ricerca di una mediazione.

Ma sul tavolo c’è anche il legame tra aiuti e rispetto dello Stato di diritto che Ungheria e Polonia esigono sia eliminato. Il premier olandese Rutte è stato determinato anche nel chiedere un legame forte tra accesso ai fondi e rispetto dello Stato di diritto, suscitando la reazione del premier ungherese Victor Orban: «Non so per quale motivo personale il premier olandese odi me o l’Ungheria», ha detto il leader magiaro in una conferenza stampa. «Ci sta attaccando duramente e ha fatto capire che visto che, a suo avviso, l’Ungheria non rispetta lo Stato di diritto deve essere punita finanziariamente – ha aggiunto – ma questa è la sua personale opinione e non è accettabile perché ancora sulla situazione dello Stato di diritto in Ungheria non c’è una decisione» riferendosi alla procedura Ue avviata contro Budapest, in base all’articolo 7. Sulla posizione di Rutte anche il cancelliere austriaco Kurz: «Questo è un problema serio perché credo che su questo tema non possiamo scendere a compromessi».

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