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Dalla Brexit al Covid: il primo anno da premier di Boris Johnson

Dal 24 luglio scorso, quando è entrato a Downing Street, al primo ministro britannico è capitato di tutto: l'uscita dalla Ue ufficializzata lo scorso 31 gennaio, la nascita del sesto figlio, il contagio da coronavirus e una crisi economica senza precedenti

«Le mie possibilità di diventare primo ministro sono all’incirca pari a quelle di trovare Elvis su Marte o che io mi reincarni in un’oliva». Parlava così Boris Johnson quando la residenza di Downing Street appariva ancora lontana. Eppure oggi sono trascorsi 365 giorni, un anno esatto, che l’ex sindaco di Londra e leader dei conservatori è entrato a Downing Street come premier britannico, prendendo il posto di Theresa May in lacrime. Era il 24 luglio del 2019 quando Boris, incassata la nomina a leader del partito conservatore, si presenta a Buckingham Palace dalla regina per l’investitura ufficiale a capo del governo.

«Nessuno negli ultimi secoli ha vinto la scommessa contro questo Paese», scandisce davanti al portone nero del numero 10. «Non ci riusciranno adesso». Parla della Brexit, ma è stato un anno vissuto al massimo: nei primi dodici mesi di governo sospende il Parlamento, si fa bocciare dalla Corte suprema, poi stravince le elezioni, porta il suo Paese fuori dall’Unione Europea, divorzia, fa il sesto figlio, contrae il coronavirus, finisce in terapia intensiva.

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Ma andiamo con ordine. Quando, il 24 luglio 2019, Boris Johnson succede a Theresa May, fa della Brexit la sua missione politica e si presenta subito come «il premier che darà ai cittadini quello che vogliono: uscire dall’Unione Europea». Nel suo primo discorso da leader del paese, ribadisce la sua determinazione nel voler portare il paese fuori dall’Ue entro la scadenza del 31 ottobre 2019 «senza se e senza ma». E lo fa testa bassa, senza mai mollare. E quando il Parlamento gli mette i bastoni fra le ruote, lui si avvale delle prerogative reali e lo sospende per cinque settimane. «Golpe», gridano gli avversari, mentre la Corte suprema, con una sentenza senza precedenti, dichiara “illegale” la decisione al primo ministro.

Con lo spettro di una “No deal” sempre più concreto e un impasse parlamentare che non gli consente di far si che il suo accordo di uscita venga approvato, Boris Johnson accetta riluttante lo spostamento della data della Brexit al 31 gennaio e chiede ufficialmente le elezioni anticipate a dicembre. Si presenta alle urne con un solo slogan: «Get Brexit done», portiamo a termine la Brexit. La gente non ne può più di quella saga infinita che si trascina da tre anni e gli dà ragione: Boris conquista una maggioranza schiacciante, che i conservatori non vedevano dai tempi di Margaret Thatcher. Un risultato che, proclama lui, dimostra «l’irrefutabile, irresistibile, indiscutibile decisione del popolo britannico di uscire dalla Ue». E, dunque, il 31 gennaio 2019 il Regno Unito divorzia dall’Unione europea.

Al trionfo elettorale segue la lieta novella: Boris Johnson e la fidanzata Carrie Symonds annunciano che sono pronti per sposarsi. Lei è inoltre incinta del loro primo figlio. Poche settimane dopo, il premier ufficializza anche il divorzio dalla seconda moglie Marina Wheeler, madre di quattro dei suoi sei figli.

Ma a febbraio arriva l’imprevedibile, persino per Johnson: il coronavirus dalla Cina si espande a macchia d’olio nel resto del mondo, colpisce prima la Francia e poi l’Italia e via via il resto dell’Europa. Mentre gli altri governi prendono misure sempre più drastiche e annunciano la quarantena ad inizio mese, il Regno Unito dichiarerà ufficialmente il lockdown solo il 23 marzo sperando nell’immunità di gregge. La Gran Bretagna diventerà di li a poco il paese con il maggior numero di morti in Europa, oltre 45.000.

Poi il coronavirus colpisce anche lo stesso Johnson, il primo leader mondiale ad essere ricoverato in terapia intensiva per il Covid-19. Ora Boris si è ripreso, ma in questi mesi il suo governo ha collezionato un errore dietro l’altro nella gestione della pandemia e della crisi economica che ne è derivata. Ad un anno dall’inizio del suo mandato, Boris Johnson non può più sperare di essere ricordato solo per il premier che ha portato a compimento alla Brexit. Il suo nome resterà inevitabilmente legato a quello della pandemia, alla gestione del lockdown e di una crisi considerata la più difficile dal dopoguerra.

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