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Recovery Fund e Mes: quale dei due strumenti ha più condizionalità?

I fondi del New Generation Ue sono subordinati a un piano di riforme e investimenti che l’Italia dovrà presentare entro metà ottobre. Per la linea di credito Pandemic crisis support c’è solo l’obbligo di destinare le risorse in via esclusiva ai «costi diretti e indiretti» della sanità

Basta il Recovery Fund o serve anche il Mes? Il dibattito sull’uso del Meccanismo europeo di stabilità, nella sua versione ad hoc per la risposta sanitaria alla crisi del Covid, resta aperto anche dopo l’accordo storico al Consiglio europeo sul piano di aiuti anti-crisi. L’Italia accederà ai 209 miliardi del Recovery Fund europeo, che comunque contiene delle “condizionalità” in termini di rispetto di un preciso cronoprogramma di riforme e investimenti da realizzare, e non accede alla nuova linea di credito da 36 miliardi del Mes, che non prevede alcuna condizionalità se non quella di destinare le risorse in via esclusiva ai «costi diretti e indiretti» della sanità.

Ma, come noto, sull’utilizzo del Mes resta ferma la contrarietà di buona parte del Movimento Cinque Stelle, insieme ai partiti di opposizione Lega e Fratelli d’Italia, e dunque al Senato non vi sarebbero i numeri per farlo passare. Si tratta di una nuova linea di credito (Pandemic crisis support) da 36 miliardi da «per sostenere il finanziamento nazionale dei costi diretti e indiretti per la sanità, le cure e la prevenzione». L’unica condizionalità è, dunque, l’impiego per i fini sanitari. Differentemente dal meccanismo originario del Fondo salva-Stati che al contrario prevede condizioni stringenti di rientro dagli squilibri macroeconomici qualora un Paese in crisi finanziaria abbia in sostanza perso in parte o in tutto l’accesso ai mercati per finanziare il proprio debito.

Ovviamente si tratta di un prestito che andrà restituito e tuttavia con tassi decisamente vantaggiosi: -0.07% per una durata di 7 anni del prestito e 0,08% qualora il prestito venisse restituito nell’arco di dieci anni. La nuova linea di credito verrebbe attivata entro pochi mesi e i relativi versamenti sarebbero effettuati in rate mensili pari ciascuna al 15% del prestito totale. Rispetto al finanziamento sul mercato attraverso BTp della stessa somma che verrebbe concessa con la nuova linea di credito pandemica del Mes si risparmierebbero 4,4 miliardi.

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Discorso diverso per il Recovery Fund, che non prevede il diritto di veto da parte dei governi, come avrebbero voluto i paesi “frugali”, ma il monitoraggio sullo “stato di avanzamento” delle riforme e degli investimenti, precondizione assoluta per accedere alle quote annuali del Fondo, sarà preciso e cogente, con annesso il “freno di emergenza” che scatterà nei confronti di chi non rispetterà il timing concordato. I fondi del Recovery Fund sono esplicitamente subordinati a un piano di riforme che il governo dovrà presentare entro metà ottobre dopo aver messo a punto la Nota di aggiornamento del Def.

Inoltre, trattandosi di fondi che andranno ad esaurirsi, le relative risorse non potranno essere utilizzate per finanziare piani di riduzione strutturale della pressione fiscale, che al contrario richiederanno coperture ad hoc. A Bruxelles si guarda con particolare attenzione al percorso di attuazione del decreto sulle semplificazioni, varato dal Governo il 7 luglio, su cui il monitoraggio sarà costante. Al pari del decisivo capitolo degli investimenti, che il governo nel Programma nazionale di riforma inviato alla Commissione promette di incrementare in modo sensibile.È il passaggio decisivo, poiché negli ultimi anni più che un problema di risorse da noi si è evidenziata una carenza cronica di realizzazione degli investimenti programmati.

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