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Lombardia, le inchieste che fanno tremare la Lega

I fascicoli aperti vanno dalla fornitura dei camici per l'emergenza Covid fino ai fondi concessi da Palazzo Lombardia per l'acquisto della sede della Film Commission

«Ne abbiamo abbastanza di queste indagini a orologeria e a senso unico. Siamo stufi», Matteo Salvini è convinto che le molte indagini più che contro la Lombardia siano contro di lui e la Lega. In effetti quello che si para davanti al suo partito in Lombardia, dal punto di vista giudiziario, è un percorso a ostacoli. Sono tanti i fascicoli, aperti negli ultimi mesi in quattro diverse procure, che lambiscono o chiamano in causa l’operato del presidente della regione Attilio Fontana e della giunta leghista. Il fronte più caldo è quello delle vicende legate al Covid, a cominciare dal conflitto di interesse relativo alla fornitura dei camici, su cui indaga la procura di Milano.

Il governatore risulta, dunque, direttamente indagato per la vicenda della fornitura di camici da parte della società Dama, partecipata dal cognato Andrea Dini e dalla moglie Rebecca, che, in conflitto di interessi, doveva fornire 75mila camici alla Regione Lombardia per 500mila euro, in piena emergenza coronavirus. L’accusa rivolta a Fontana è di frode in forniture pubbliche, approfondita dalla procura di Milano. Ma a metterlo in imbarazzo c’è soprattutto un tentato versamento di denaro proveniente da un conto svizzero intestato a Fontana. Secondo la ricostruzione, dopo un’intervista di Report, Fontana cercò di fare un bonifico da 250mila euro alla Dama per “ricompensare” la società del mancato incasso per 49.353 camici e 7mila set già consegnati, visto che il governatore chiese di sospendere la fornitura trasformandola in donazione, temendo un danno reputazionale legato appunto al conflitto di interessi. Tuttavia la milanese Unione Fiduciaria a cui si era rivolto bloccò il pagamento in base alla normativa antiriciclaggio. È partita una “Sos-Segnalazione di operzione sospetta” all’Unità di informazione finanziaria di Banca d’Italia, che girò alla Guardia di finanza e quindi alla Procura di Milano.

Poi c’è l’inchiesta della procura di Pavia sulla fornitura dei test sierologici. La Regione Lombardia non usò nel mese di marzo i test sierologici, ritenendoli scarsamente affidabili. Poi l’11 aprile scelse, con affidamento esclusivo, la Diasorin, azienda di Saluggia, che nel frattempo aveva ottenuto un accordo esclusivo con il Policlinico San Matteo di Pavia per sviluppare la ricerca. La Diasorin ebbe la certificazione CE solo il 17 aprile, per la fornitura di 500mila test da 2 milioni di euro. Il prezzo era pari a 4,5 euro l’uno. Poi la Regione, dopo il ricorso di una società concorrente, ha aperto una gara, aggiudicata alla Roche, che si è fatta pagare 1,5 euro a pezzo. E intanto la Diasorin non ha più completato la fornitura, ferma a 100.020 test a maggio. L’accordo tra l’ente sanitario e la Diasorin potrebbe costituire, per gli inquirenti pavesi, peculato e turbativa d’asta,e vede già indagate otto persone, vertici della società e del San Matteo, accusati di un ingiusto vantaggio all’azienda rispetto alle concorrenti.

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A fare numero sono i fascicoli aperti per le morti nelle Rsa. Una ventina solo tra Milano e Lodi, da quello che vede indagati i vertici del Pio Albergo Trivulzio a quello sulla Fondazione Don Gnocchi. All’attenzione del procuratore aggiunto milanese Tiziana Siciliano, in questo caso, c’è anche il ruolo della Regione, soprattutto per quanto riguarda le mancate ispezioni e la decisione di mandare pazienti Covid in alcune Rsa.

I pm di Bergamo, invece, vogliono fare chiarezza sulla mancata zona rossa in Valseriana (mai istituita, a differenza di quanto accaduto a Codogno e nella Bassa Lodigiana), così come sulla gestione del Pronto soccorso di Alzano Lombardo, chiuso e poi riaperto nel giro di 3 ore dopo la scoperta dei primi due casi di coronavirus.

Infine c’è la vicenda della Fondazione Lombardia Film Commission e della compravendita dell’immobile di Cormano, su cui indagano i pm milanesi. Dalle indagini finora condotte è emerso come parte degli 800mila euro di soldi pubblici serviti per pagare l’immobile (più del doppio di quanto rogitato un anno prima) siano finiti a società dei commercialisti della Lega. Inchiesta che chiama in causa uomini vicini al Carroccio ma anche la giunta regionale guidata in quegli anni da Maroni.

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