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Referendum taglio dei parlamentari: le ragioni del sì, quelle del no e le posizioni dei partiti

Giusy Bottari di Giusy Bottari
Settembre 18, 2020
in Politica
Tempo di lettura: 3 mins read
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Referendum sul taglio dei parlamentari: le ragioni del sì, quelle del no e le posizioni dei partiti

Il 20 e 21 settembre gli italiani saranno chiamati a votare per un referendum confermativo sul taglio dei parlamentari. La riforma prevede la riduzione di circa un terzo dei componenti dell’emiciclo. Alla Camera si passerebbe da 630 a 400 deputati, mentre il numero dei senatori scenderebbe da 315 a 200. Non è previsto un numero minimo di votanti, il cosiddetto quorum, per vincere, sarà sufficiente raggiungere il 50% più uno dei voti validi.

Il taglio dei parlamentari è previsto dalla riforma approvata in Parlamento in ottobre: quasi tutti i partiti un anno fa hanno votato sì, compatti. Ma in quasi tutti i partiti, oggi, c’è chi fa campagna per il no. Il dibattito sul taglio dei parlamentari e sul referendum, dopotutto, è ormai incontenibile: è un affare da populisti, anzi no, è una battaglia storica della sinistra, dai tempi della Iotti, o ancora bandiera del Movimento 5 stelle.

Il primo via libera del Parlamento alla riforma è arrivato il 7 febbraio 2019, in Senato, quando la maggioranza era quella gialloverde formata da 5 Stelle e Lega. A dire sì, nelle prime tre votazioni, sono stati Movimento, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Per l’approvazione definitiva – al quarto passaggio parlamentare, quando la maggioranza intanto aveva cambiato colore ed era diventata giallorossa – i voti favorevoli alla Camera sono stati ben 533 (14 i contrari e due astenuti): a votare sì questa volta anche Pd, Leu e Italia viva.

Qualcuno poi ci ha ripensato. Settantuno senatori – appartenenti a quasi tutti i gruppi parlamentari – hanno chiesto ed ottenuto, come previsto dalla Carta, il referendum. E adesso che il referendum si avvicina si allarga il fronte del no. Accanto al Comitato per il No, ci sono diversi partiti che vanno da Calenda a +Europa fino a Rifondazione, passando dai centristi, oltre ad associazioni come l’Anpi. Per il sì è schierato il Movimento 5 Stelle, che di questo taglio ha fatto una bandiera (non mancano però parlamentari dissidenti). Così come Fratelli d’Italia e la Lega (anche qui con qualcuno contrario). Divisa al momento Forza Italia. Il Pd ha sciolto la riserva e abbracciato le ragioni del sì. Italia viva ha lasciato libertà di coscienza.

I sostenitori della riforma costituzionale espongono una serie di ragioni che vanno dalla riduzione dei costi della politica (500 milioni a legislatura la stima dei 5 Stelle) alla considerazione che un parlamento più snello sarà anche più efficiente e funzionale. I comitati per il sì fanno notare che un numero di 600 parlamentari è in linea con quello delle altre maggiori democrazie europee. L’attuale consistenza parlamentare, è la tesi dei favorevoli alla riforma, è anche anacronistica: venne stabilita nel 1963 quando ancora non c’erano 800 consiglieri regionali e il parlamento europeo eletto direttamente. Ridurre il numero degli eletti, secondo i fautori del sì, rende più trasparente e comprensibile la vita politica. Questo perché, con un numero minore e più controllabile di rappresentanti, dovrebbe essere più agevole il giudizio dei cittadini nei loro confronti. Chi chiede appoggio alla posizione del sì ritiene che questa legge sia il primo passo verso una non rinviabile stagione delle riforme: a partire da quella elettorale.

LEGGI ANCHE: Taglio parlamentari, cosa succederà se al referendum vincono i sì

I sostenitori del No ravvisano invece un pericolo per la democrazia riguardo alla rappresentanza territoriale, dal momento che sarebbe ridotto il numero di senatori eleggibili nelle regioni. Alcune di esse, come l’Umbria e la Basilicata, subirebbero un taglio del 57% dei seggi. Il rischio paventato è che in alcune regioni potrebbero essere eletti rappresentanti di una sola coalizione. Il taglio dei seggi aumenterebbe il numero di abitanti per ogni parlamentare: come conseguenza, crescerebbe la distanza tra la popolazione e i suoi rappresentanti. Meno deputati e senatori significa maggior potere ai leader dei partiti e minore possibilità di confronto (e di dissenso) dentro i gruppi parlamentari che saranno più piccoli. Chi vota no sostiene che un taglio del solo numero dei parlamentari, non accompagnato da riforme e dalla modifica dei regolamenti, non faccia altro che paralizzare l’attività del parlamento e che la produttività di ciascun deputato o senatore sarà minata dal fatto che il lavoro in commissione sarà distribuito su meno persone. Il fronte del no bolla la riforma come demagogica e populista, e avanza anche perplessità sul risparmio reale sui costi della politica: «Lo 0,007 per cento della spesa pubblica». Me no di un caffè per cittadino sostiene qualcuno.

Tags: LegaM5sPdReferendumReferendum taglio dei parlamentariTaglio dei parlamentari
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