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Nobel per la Pace al World Food Programme per «l’impegno contro la fame anche in tempo di pandemia»

Sfumano i pronostici che davano anche quest’anno il premio a Greta Thunberg o all’Oms a nome degli operatori sanitari impegnati nella lotta al coronavirus

Il Nobel per la Pace quest’anno è stato assegnato al World Food Programme, l’agenzia Onu con sede a Roma, «per i suoi sforzi per combattere la fame, per il suo contributo al miglioramento delle condizioni di pace nelle aree colpite da conflitti e per agire come forza trainante negli sforzi per prevenire l’uso della fame come arma di guerra e conflitto». La fame viene usata nel conflitti. Combatterla, contribuisce alla pace nel mondo.

86,7 milioni di persone assistite in circa 83 Paesi ogni anno, la missione del World Food Programme è quella di un’assistenza alimentare che salvi più vite possibili. La maggior parte degli interventi del World Food Programm,si concentrano in Paesi colpiti dai conflitti, «dove il rischio per le popolazioni di essere denutrite è tripla rispetto ai paesi in pace». Vittime di guerre, conflitti civili, siccità, inondazioni, terremoti, cattivi raccolti e disastri naturali le principali emergenze a cui il programma cerca di dare assistenza. Per un totale di circa 15 miliardi di razioni alimentari distribuite ogni anno.

E la pandemia di coronavirus ha fatto altro che aumentare il numero di vittime della fame nel mondo. «Di fronte alla pandemia, il Programma alimentare mondiale ha dimostrato un’impressionante capacità di intensificare i suoi sforzi – ha detto la presidente del Comitato per il Nobel, l’avvocatessa norvegese Berit Reiss-Andersen – Fino al giorno in cui avremo un vaccino medico, il cibo è il miglior vaccino contro il caos».

La lista dei candidati al prestigioso premio era lunga e sconosciuta. Un elenco di ben 318 nomi, il quarto numero più alto di sempre, che aveva visto tra i papabili per la vittoria l’attivista svedese Greta Thunberg, già data per favorita lo scorso anno, e l’Oms, a nome di tutti gli operatori sanitari impegnati nella lotta al Coronavirus. L’anno scorso il premio è andato al premier etiope Abiy Ahmed Ali per il processo di pace con l’Eritrea. Riconciliazione che nei fatti è in fase di stallo. L’Eritrea ha richiuso i confini e la speranza che il presidente Isaias Afewerki rivedesse la sua politica sui diritti umani negati, svanita.

La cerimonia di consegna, prevista per il 10 dicembre, per la prima volta dal 1944 è stata annullata. A causa del virus sarà virtuale, in diretta televisiva, e in assenza dei vincitori che invece riceveranno i prestigiosi riconoscimenti nei loro Paesi, presso un’ambasciata svedese o l’istituzione in cui lavorano. L’evento non si terrà come di consueto nel grande atrio del palazzo comunale di Oslo, che può contenere un migliaio di ospiti, ma nel piccolo ingresso di un edificio della locale università, dalla capienza massima di 100 persone. Il banchetto in onore del vincitore è stato cancellato.

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