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Dai Covid hotel alle cure in casa: il piano per ridurre la pressione sugli ospedali

Di fronte al raggiungimento di soglie critiche di occupazione dei posti letto, la strategia diventa quella di curare i pazienti senza sintomi gravi a domicilio e di predisporre delle strutture assistenziali su tutto il territorio nazionale

Cure in casa e Covid hotel. Il piano del governo contempla un doppio approccio per ridurre la pressione sugli ospedali. Da una parte la messa a disposizione di Covid hotel dove ospitare le persone senza sintomi gravi, che hanno difficoltà a restare in quarantena. Dall’altra, l’idea è accelerare sulle cure domiciliari, così da alleggerire i pronto soccorso degli ospedali. Le due soluzioni non costituiscono una novità: già nella prima fase di gestione dell’emergenza sanitaria si era scelto di andare in questa direzione, ma entrambi gli approcci non sono stati sviluppati come avrebbero dovuto.

Il numero dei pazienti meno gravi cresce. Una tendenza che mette in grande difficoltà gli ospedali che ogni giorno sottraggono i posti letto ai reparti dedicati agli altri pazienti, quelli non coronavirus, che rischiano così di dover rinunciare alle cure come è accaduto a marzo, quando il ministero della Salute ha deciso lo stop a tutte le prestazioni non urgenti e ai ricoveri programmati. Il governo ha dato incarico al commissario straordinario Domenico Arcuri di predisporre un Covid hotel in ogni provincia del territorio nazionale, pari a 110 strutture dove fare confluire i «contagiati non sintomatici e con condizioni sociali non idonee a fare quarantena a casa». Le regioni stanno così di nuovo attrezzando caserme e Covid hotel come hanno fatto durante la prima ondata quando si è giunti ad avere 18mila letti in più. Un’ottima idea, ma forse un po’ in ritardo rispetto alla velocità con cui viaggia il virus.

La proposta ha destato alcune perplessità tra i medici. Il vice segretario nazionale della Federazione dei medici di Medicina Generale (Fimmg) Pier Luigi Bartoletti ha sottolineato che «il Covid hotel è un domicilio, non un ospedale. Una struttura protetta rispetto a casa per quei pazienti che non hanno supporto sociale o familiare. Ma le regole d’ingaggio – ha continuato – devono essere chiare: ci possono entrare solo persone con un quadro clinico stabilizzato e che non necessitano di reparti di degenza anche se a bassa intensità». Secondo Bartoletti ai Covid hotel devono avere accesso solo assistiti già dimessi, anche se ancora con polmonite o positivi al virus, oppure persone che non hanno un quadro clinico grave. «L’organizzazione di queste strutture deve prevedere turni di controllo con medico, infermiere e assistente socio-sanitario», ha aggiunto Bartoletti.

Anche il secondo approccio, quello delle cure a casa dei pazienti Covid non gravi, non ha portato finora grandi risultati e le Unità di continuità assistenziale (Usca), pilastro dell’assistenza domiciliare previste dal decreto Cura Italia, sono in realtà ancora presenti a macchia di leopardo sul territorio. È stato messo a punto un protocollo per le cure in casa dei pazienti Covid che ha incontrato già alcune perplessità da parte dei medici di famiglia in relazione al tema della sicurezza degli operatori sanitari che prendono in carico gli assistiti contagiati.

«Paracetamolo per i sintomi febbrili, gli antinfiammatori se il quadro clinico del paziente Covid inizia ad aggravarsi, cortisone solo in emergenza per evitare di aggredire il sistema immunitario del malato. Nessun antireumatico, né antibiotici. Eparina per le persone che hanno difficoltà a muoversi». Sono queste le indicazioni terapeutiche contenute nella bozza del protocollo messo a punto dalla Commissione nazionale coordinata dal direttore della clinica di Malattie Infettive del San Martino, Matteo Bassetti. «Inoltre – spiega Bassetti – i medici di medicina generale potranno usufruire di una consulenza infettivologica telematica e così potremo gestire insieme a casa i pazienti evitando, quando possibile, di essere ricoverati in ospedale. Un esempio di collaborazione tra ospedale e territorio. Uniti si vince».

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