Prelevato in strada al Cairo da agenti dei servizi segreti egiziani, ammanettato e portato in una cella dove è stato privato di ogni diritto, incatenato, picchiato e torturato con lame e bastoni fino alla morte. È la drammatica ricostruzione degli ultimi giorni di vita di Giulio Regeni emersa dall’inchiesta della Procura di Roma che ha emesso quattro avvisi di garanzia per conclusione indagini a carico di altrettanti ufficiali egiziani accusati dei reati di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in omicidio aggravato e concorso in lesioni personali aggravato.
Una ricostruzione possibile solo grazie alla volontà della famiglia Regeni che attraverso i legali, coordinati dall’avvocata Alessandra Ballerini, sono riusciti a rintracciare alcuni testimoni chiave aggirando gli ostacoli, le reticenze e i depistaggi messi in atto per anni dal governo e dalle autorità egiziane. Nel verbale dei magistrati si parla di violenze perpetrate per «motivi abietti e futili e con crudeltà» che hanno provocato «la perdita permanente di più organi». «È stato seviziato – scrivono – con acute sofferenze fisiche, in più occasioni e a distanza di più giorni attraverso strumenti affilati e taglienti e di azioni con meccanismo urente».
A ricostruire gli ultimi giorni di vita di Giulio le deposizioni dei testimoni oculari che il sostituto procuratore di Roma Sergio Colaiocco legge alla commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e la morte di Regeni: «Il 25 gennaio, mentre ero nella stazione di polizia di Dokki, potevano essere le 20 o al massimo le 21, è arrivata una persona. Avrà avuto tra i 27 e i 28 anni, aveva una barba corta, indossava un pullover, verosimilmente tra blu e grigio, se non ricordo male con una camicia sotto. Si esprimeva in italiano e ha chiesto un avvocato. Sono sicuro che si trattasse di Giulio Regeni. Nelle foto che ho visto su internet aveva la barba più lunga».
Il racconto del testimone Delta (nome in codice per proteggerne la sicurezza), rintracciato dai legali della famiglia Regeni prosegue: «È stato fatto salire su un’auto modello Shine, è stato bendato e condotto in un posto che si chiama Lazoughly. Uno dei poliziotti che si trovavano lì veniva chiamato Sharif, un altro si chiamava Mohamed, ma non so se è il vero nome. Mentre Regeni chiedeva un avvocato un altro arrestato, che provava ad aiutarlo, riceveva una gomitata al volto da un poliziotto che disse che il ragazzo italiano parlava anche arabo».
Probabilmente il 27 gennaio Giulio era già nell’altra stazione della sua via crucis, la sede della National security presso il ministero degli Interni, località Lazoughly, dove il 28 o il 29 gennaio l’ha visto il teste Epsilon: «Ho lavorato 15 anni nella sede dove Regeni è deceduto. È una struttura in una villa che risale ai tempi di Nasser, poi sfruttata dagli organi investigativi. Sono quattro piani e il piano d’interesse è il primo, la stanza è la numero 13. Quando viene preso qualche straniero sospettato di tramare contro la sicurezza nazionale viene portato lì».
È la stanza delle torture: «Ho visto Regeni nell’ufficio 13 e c’erano anche due ufficiali e altri agenti, io conoscevo solo i due ufficiali. Entrando nell’ufficio ho notato delle catene di ferro con cui legavano le persone. Lui era mezzo nudo nella parte superiore, portava dei segni di tortura e stava blaterando parole nella sua lingua, delirava. Era sdraiato steso per terra, con il viso riverso. L’ho visto ammanettato con delle manette che lo costringevano a terra. Ho notato segni di arrossamento dietro la schiena, ma sono passati quattro anni, non ricordo bene i particolari. Non l’ho riconosciuto subito, ma cinque o sei giorni dopo, quando ho visto le foto sui giornali, ho associato e ho capito che era lui».
La Procura è pronta a chiedere il processo per il sequestro di Giulio Regeni per il generale Tariq Sabir, il colonnello Athar Kamel Mohamed Ibrahim, il colonnello Uhsam Helmi e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Per l’agente Mahmoud Najem è stata chiesta l’archiviazione. «Per quest’ultimo – spiega una nota della Procura di Roma – non sono stati raccolti elementi sufficienti, allo stato, a sostenere l’accusa in giudizio».



