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Cosa cambia con i tamponi antigenici rapidi

Riconosciuta la validità dei tamponi antigenici di ultima generazione (immunofluorescenza con lettura in microfluidica) che danno risultati sovrapponibili a quelli molecolari, specie se utilizzati entro la prima settimana di infezione. La circolare del Ministero della Salute prevede l'obbligo di tracciabilità di tutti i test nei sistemi informativi regionali

Il ministero della Salute ha pubblicato una circolare che riconosce la validità dei test antigenici rapidi di ultima generazione nella definizione di “caso Covid-19”, nel solco delle indicazioni europee. Finora erano considerati casi di Covid-19 unicamente le persone che risultavano positive al tampone molecolare, cioè quelli analizzati in laboratorio in cerca di tracce genetiche del virus. Adesso, invece, il risultato dei test rapidi antigenici “di ultima generazione”, che funzionano diversamente, sono più veloci ed economici, ma anche meno affidabili, viene equiparato all’esito dei tamponi molecolari.

D’ora in poi, insomma, in molti casi non sarà più necessario per le autorità sanitarie confermare la positività al test antigenico con un successivo tampone molecolare. Una svolta che, entro certi limiti, può cambiare radicalmente la capacità di testare la popolazione. Anche per il costo inferiore rispetto al tampone molecolare che, pur restando il “test d’elezione” per affidabilità, richiede di essere processato in laboratorio coi tempi che ne derivano.

La circolare mette ordine in una materia complessa e accidentata. Il primo via libera risale a marzo, quando il Ministero della Salute diede l’ok all’uso di 11 kit per priorità a pazienti, operatori sanitari, soggetti fragili ed Rsa. Ma al tempo stesso precisava che «per il loro uso necessitano di ulteriori evidenze su performance e utilità operativa». Nel dubbio, tra prima e seconda ondata, le Regioni hanno agito in direzioni diverse. Il Veneto e il Lazio, ad esempio, sono state le prime e più assidue nello sperimentare e poi usare i test rapidi (Zaia come profilassi generale sulla popolazione, il Lazio per test mirati su aeroporti e forze di polizia). Altre come la Lombardia e il Piemonte hanno fatto acquisti della prima ora, ma di fronte alla diffidenza degli scienziati rispetto all’affidabilità li hanno poi usati come strumento residuale. Il commissario Arcuri in estate aveva fatto una gara, su richiesta delle regioni, per 5 milioni di kit: erano destinati a porti e aeroporti ma anche a medici di medicina generale. Il Cts a fine settembre aveva poi autorizzato l’impiego nelle scuole ma solo «ai fini esclusivi di screening». Ma in caso di positività, bisognava sottoporsi al tampone molecolare per avere la diagnosi definitiva.

Adesso la circolare firmata dal direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza, dal titolo “Aggiornamento della definizione di caso Covid-19 e strategie di testing”, prevede l’obbligo di tracciabilità di tutti i test nei sistemi informativi regionali: «Gli esiti dei test antigenici rapidi o dei test RT-PCR, anche se effettuati da laboratori, strutture e professionisti privati accreditati dalle Regioni – si legge – devono essere inseriti nel sistema informativo regionale di riferimento». E va incontro alle richieste delle regioni che già a novembre avevano chiesto di ridurre i famosi 21 parametri per la definizione delle zone a cinque e di «inserire anche i test antigenici rapidi, altrimenti il denominatore è errato». Dunque accanto alla penultima colonna dei consueti bollettini giornalieri, dopo il totale dei “tamponi processati con test molecolare” e loro variazione figurerà a breve il dato sui rapidi.

Nel documento si rileva come questi test sembrano mostrare risultati «sovrapponibili» ai molecolari, specie se di ultima generazione (immunofluorescenza con lettura in microfluidica) e se utilizzati entro la prima settimana di infezione. La circolare mette anche dei paletti. L’uso dei test antigenici rapidi è indicato «in situazioni ad alta prevalenza, per testare i casi possibili/probabili; focolai confermati tramite molecolari, per testare i contatti sintomatici, facilitare l’individuazione precoce di ulteriori casi nell’ambito del tracciamento dei contatti e dell’indagine sui focolai; comunità chiuse (carceri, centri di accoglienza ecc.) e ambienti di lavoro per testare le persone sintomatiche quando sia già stato confermato un caso con RT-PCR; in contesti sanitari e socioassistenziali/sociosanitari, o per il triage di pazienti/residenti sintomatici al momento dell’accesso alla struttura o per la diagnosi precoce in operatori sintomatici».

Ma gli esperi rimarcano che il tampone molecolare non scomparirà. Non solo perché resta il più affidabile ma perché proprio la possibilità di sequenziare il genoma consente di individuare varianti del virus come quella “inglese” che viene intercettata ma non emerge come tale dal test rapido. La circolare precisa anche che il test nei sintomatici va effettuato entro 5 giorni dall’esordio dei sintomi, mentre negli asintomatici va effettuato tra il terzo e il settimo giorno dall’esposizione. Se il test rapido risulta negativo, è necessaria la conferma dopo 2-4 giorni o con test molecolare o test rapido di ultima generazione. Alle persone che risultano positive al test antigenico rapido, anche in attesa di conferma con secondo test antigenico oppure con test RT-PCR molecolare, si applicano le medesime misure di isolamento previste nel caso di test molecolare positivo.

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