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Dalla sanità alle infrastrutture: come è cambiato il Recovery Plan per accontentare Italia viva

Il consiglio dei ministri approva il Recovery senza i voti di Bonetti e Bellanova, che nonostante le modifiche al documento si sono astenute dopo aver chiesto il Mes

Il Recovery plan è stato scritto e riscritto più volte da quando, il 7 dicembre, figurava per la prima volta all’ordine del giorno del consiglio dei ministri. Un mese di intenso lavoro tecnico e di continue tensioni nella maggioranza. Alla fine, il documento è stato approvato dal governo con l’astensione delle ministre di Italia Viva. «Chiederemo il Mes: se diranno sì al Mes, votiamo a favore, se diranno no, ci asteniamo», anticipa Renzi a Cartabianca, su Rai3. E così è stato: il Recovery plan è stato approvato quasi all’unanimità senza, appunto, i voti delle due renziane.

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Si tratta di 172 pagine, che descrivono i programmi di spesa con i quali il governo chiederà alla commissione europea i 209 miliardi di euro destinati all’Italia tra prestiti e trasferimenti nel periodo 2021-2026 nell’ambito del progetto Next generation Eu per rilanciare l’Unione dopo la pandemia. Per accogliere le tante richieste di modifica e di aggiunta di investimenti fatte soprattutto da Italia viva i tecnici del Mef hanno allargato la torta. E così al piano iniziale che faceva riferimento solo ai 196 miliardi del Recovery fund in senso stretto si sono aggiunti una fetta del Fcs (Fondo coesione sviluppo) e i 13 miliardi del React Eu per l’emergenza Covid, portando il totale a 223 miliardi. Che a loro volta sono stati integrati con circa 7 miliardi dai fondi strutturali europei e da 80 miliardi di risorse programmate per il 2021-26 dal bilancio nazionale (per esempio i 30 miliardi per il Family act e i 24 per la decontribuzione al Sud) per un totale che arriva a 310 miliardi.

Così gli appena 9 miliardi assegnati inizialmente al capitolo «Salute» e che avevano scontentato non solo il leader di Italia viva, Matteo Renzi, ma anche gli altri partiti, sono diventati 20,7 di cui 7,9 destinati all’Assistenza di prossimità e alla telemedicina (3 miliardi in più) e 12,8 all’Innovazione, ricerca e digitalizzazione (quasi 9 miliardi in più). Nel capitolo «Digitalizzazione, Innovazione, competitività e cultura», che da solo vale 46,2 miliardi (più 11 di programmazione di bilancio), 5 miliardi in più vanno alla voce Cultura e Turismo. La prima lettera del piano «CIAO» di Matteo Renzi sta appunto per cultura. L’ex premier lamentava l’insufficienza di risorse per questo capitolo, che insieme al turismo avrebbe ricevuto 3 miliardi in base alla bozza del 7 dicembre. Ora la cifra è lievitata a 8. «Il significativo aumento di risorse – si legge – non corrisponde solo all’esigenza di sostenere gli ambiti più colpiti dagli effetti del Covid-19, al fine di recuperare il potenziale di crescita. L’investimento strategico in tutta la catena del valore della cultura e del turismo è essenziale per diffondere lo sviluppo sostenibile a livello territoriale, per realizzare l’inclusione sociale dei giovani attraverso le industrie culturali e creative e l’attività sportiva e per accompagnare il risanamento delle aree urbane e la ripresa delle aree interne».

Spuntano poi 6 miliardi alla voce «valorizzazione del territorio e efficientamento energetico dei comuni» per accogliere una precisa richiesta di Renzi. E ci sono circa 5 miliardi in più per l’alta velocità ferroviaria, in particolare nel Mezzogiorno. Le infrastrutture sono la «I» del piano «CIAO» di Matteo Renzi. E nella nuova bozza alle infrastrutture per la mobilità sostenibile si prevede di dedicare 31,9 miliardi di cui 20 “nuovi”, dunque aggiuntivi rispetto ai programmi di investimento già inseriti nei tendenziali di finanza pubblica: si tratta di 4 miliardi in più rispetto a quanto era stato messo nero su bianco a inizio dicembre, anche se non si arriva ai 38 chiesti da Iv. A lievitare è il budget per le opere ferroviarie, che raggiunge i 26,7 miliardi: tra gli interventi sono elencati tutti quelli già inseriti nell’allegato al Def Italia veloce, dalla realizzazione delle tratte ad alta velocità Napoli-Bari e Brescia-Verona-Vicenza-Padova al potenziamento della Roma-Pescara e della Palermo-Catania-Messina.

Cresciute anche le risorse che verranno chieste all’Europa per «Istruzione e ricerca», che passa dagli iniziali 19 miliardi a 28,5 . Sei miliardi in più vanno a «Potenziamento delle competenze e diritto allo studio» (da 10,7 a 16,7 miliardi) e tre miliardi in più alla voce «Dalla ricerca all’impresa». Insomma, più soldi ai giovani e alla ricerca. Cresce di quasi 10 miliardi il capitolo «Inclusione e coesione», che ora vale 27,6 miliardi (al netto del risorse del bilancio nazionale), di cui 12,6 per le «Politiche per il lavoro».

La parte del piano dedicata agli investimenti è salita fino al 70% delle risorse: questo consentirà di avere un impatto maggiore sulla crescita del Pil (si stimano tre punti in più fino al 2026). È stata ridotta invece la parte dedicata agli incentivi, ai bonus ai microprogetti. I circa 223 miliardi che verranno chiesti all’Europa (compresi i 13 del React Eu) si suddividono in sei macro capitoli: 68,9 miliardi per la Rivoluzione verde, 46,2 per la Digitalizzazione, 32 per le Infrastrutture, 28,5 per Istruzione e ricerca, 27,6 per Inclusione e coesione, 19,7 per la sanità.

Il nuovo testo non risolve la questione della governance, quella sulla quale era cominciato un mese fa lo scontro con Renzi. «Il governo — si legge — presenterà al Parlamento un modello di governance che identifichi la responsabilità della realizzazione del Piano, garantisca il coordinamento con i ministri competenti a livello nazionale e gli altri livelli di governo, monitori i progressi di avanzamento della spesa».

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