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Trump è sotto impeachment per la seconda volta

Con l'accusa di «incitamento all’insurrezione», la Camera ha approvato la mozione. Adesso tocca al Senato tenere il processo e votare sulla rimozione. Ma i senatori non si riuniranno prima del 19 gennaio, il giorno precedente all’insediamento di Biden

La Camera degli Stati Uniti ha approvato la mozione di impeachment contro Donald Trump per «incitamento all’insurrezione»: l’accusa è di aver aver incoraggiato i suoi fan ad assaltare il Congresso il 6 gennaio scorso e ostacolare la certificazione della vittoria di Joe Biden. Ad una settimana esatta dalla fine del suo mandato alla Casa Bianca, il Trump diventa quindi il primo presidente della storia a finire in stato d’accusa per la seconda volta, dopo il processo a cui era stato sottoposto Trump all’inizio del 2020 per le pressioni sul presidente ucraino affinché aprisse un’indagine contro Joe Biden. Hanno votato a favore 232 deputati, tra cui 10 Repubblicani, mentre i contrari sono stati 197.

La pratica passerà ora al Senato, che dovrà tenere il processo a Trump e poi votare sulla sua rimozione, che avverrà se saranno d’accordo almeno i due terzi dei senatori. Ma il Senato è attualmente sospeso e dovrebbe tornare a riunirsi il 19 gennaio, un giorno prima che scada il mandato di Trump. I giornali americani scrivono che il leader dei Repubblicani al Senato Mitch McConnell, che fino al giuramento dei due nuovi senatori Democratici eletti in Georgia controllerà i lavori dell’aula, non vuole richiamare i senatori per fare il processo prima della fine del mandato di Trump.

L’accusa è di «incitamento all’insurrezione» per aver istigato in un comizio i suoi fan ad assaltare il Congresso mentre certificava la vittoria di Joe Biden, che ha contestato per settimane evocando inesistenti brogli elettorali e minacciando anche il segretario di Stato della Georgia. Un attacco violento costato cinque morti, diversi feriti, danneggiamenti e una offesa senza precedenti alla democrazia americana. «Trump è un pericolo evidente ed immediato, ha incitato la ribellione armata contro la nazione, deve essere destituito», ha denunciato in aula prima del voto la speaker della Camera Nancy Pelosi.

Durante il dibattito il presidente in carica ha diffuso una nota conciliante: «Alla luce dei rapporti su altre dimostrazioni, lancio un pressante appello perché non ci siano violenze, violazioni della legge e vandalismi di alcun tipo. Io non mi batto per questo e non è per questo che si batte l’America. Chiedo a tutti gli americani di collaborare per ridurre le tensioni e calmare gli animi. Grazie». Forse una mossa estrema per cercare un compromesso con i democratici. Oppure un tentativo per ricompattare i repubblicani. Nella serata Trump ha diffuso un video in cui non cita il voto della Camera, ma si limita a «condannare la violenza» e protestare per la sua espulsione dai Social: «Sbagliata e pericolosa, è un attacco senza precedenti alla libertà di parola». Ma solo l’altro ieri, parlando ad Alamo, in Texas, Trump aveva detto che l’impeachment avrebbe prodotto «rabbia e pericolo per il Paese».

La mozione d’impeachment arriva dopo che la Camera ha approvato quella sul 25esimo emendamento. Mike Pence tuttavia si è rifiutato di invocarlo, ritenendo che non sia «nel miglior interesse del Paese» ed invitando ad evitare «azioni che dividerebbero e infiammerebbero ulteriormente la passione del momento». La seconda messa in stato d’accusa di Trump ha però ricevuto un crescente consenso tra i repubblicani. Già prima del voto erano usciti allo scoperto cinque deputati del Grand Old party. Come Liz Cheney, la figlia dell’ex vice presidente Dick Cheney e numero tre nell’organigramma repubblicano della Camera: «Trump ha acceso le fiamme a Capitol Hill». Uno strappo che segna l’inizio della guerra dentro al partito Repubblicano, costretto a scegliere fra Trump e la sua condanna.

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