Non sarà facile spegnere la reazione innescata dalle parole di Roberto Cingolani sul possibile ritorno dell’Italia al nucleare. E il ministro, che è anche un fisico, avrebbe dovuto immaginare il rischio di una detonazione dovuta alle sue affermazioni: in un solo intervento, l’apertura alle centrali atomiche di nuova generazione e il fendente contro gli “ambientalisti radical chic”.
«Si stanno affacciando tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante: ci sono Paesi che stanno investendo su questa tecnologia, non ancora matura, ma prossima a esserlo». A riaprire il tema sull’energia atomica è il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. «Se a un certo momento si verifica che i chili di rifiuto radioattivo sono pochissimi, la sicurezza elevata e il costo basso, è da folli non considerare questa tecnologia».
Ma di cosa parla il ministro Cingolani? Secondo l’Associazione Italiana Nucleare, si tratta di reattori di piccola taglia (Small Modular Reactors) che possono essere impiegati in vari ambiti: produzione di calore, elettricità o di entrambe. Una importante caratteristica che li contraddistingue dalla generazione precedente è il sistema di raffreddamento che non è più ad acqua ma a piombo liquido. Oppure a sodio, elio o sali fusi.
L’idea non è nuova, visto che i piccoli reattori vengono già impiegati nelle imbarcazioni a propulsione nucleare, come nelle rompighiaccio russe nel Mar glaciale Artico. I sostenitori delle nuove tecnologie credono che questa nuova tecnologia possa essere replicata su scala industriale. Ma non sarà facile. Alcuni mini-reattori sono già operativi: uno, ad esempio, in Siberia, nella regione di Chukotka, capace di produrre una potenza complessiva di 70 MWe per 26000 ore continuative senza rifornimento di combustibile. Anche in Argentina c’è già un altro progetto in questo senso: si chiama Carem, un reattore ad acqua leggera, e altri simili sono in fase di progettazione anche in Cina e Russia. n Russia, per esempio, dove il primo prototipo di centrale di ultima generazione sarà costruito tra il 2024 e il 2025, si sta sperimentando una soluzione tecnologica interessante: insieme al reattore sarà realizzato anche il sistema per bruciare le scorie.
Il nucleare di quarta generazione promette, dunque, meno scorie e più sicurezza. Ma quando vedremo la prima centrale è ancora una domanda senza risposta. «Tutti gli impianti in funzione oggi sono di seconda generazione. Per vedere una quarta produrre energia ci vorranno forse 10-15 anni», spiega a Repubbblica Alessandro Dodaro, l’ingegnere che dirige il dipartimento fusione e tecnologie per la sicurezza nucleare dell’Enea. Gli impianti di seconda generazione sfruttano il 5% del combustibile, il 95% è scoria. La quarta generazione ribalta la proporzione: le scorie dovrebbero rappresentare solo il 5%. «In più – spiega ancora Dodaro – può essere usato uranio naturale, senza bisogno di arricchimento né centrifughe. Il combustibile consumato, infine, non può essere sfruttato per le bombe».





