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Rileggere Fortini: la parola come resistenza al nulla

Nel "Foglio di via" la voce del poeta attraversa la guerra e l’interiorità, cercando nella memoria una fragile speranza di libertà

Francesco Capaldo by Francesco Capaldo
Ottobre 10, 2025
in Libri
Reading Time: 2 mins read
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Franco Fortini, Foglio di via, Einaudi, 1967

Franco Fortini, Foglio di via, Einaudi, 1967

Sfoglio Foglio di via di Fortini. Non ricordo di averlo già letto, eppure ogni verso mi richiama un ricordo. Fin dalla prima lirica, che come un prologo apre la raccolta. Mi colpisce il richiamo a una ‘madre inesistente’, a ‘labbra sfinite’. C’è dolore, ma anche una tenace speranza di essere ‘beati’ in un tempo che arriverà ‘presto’. Siamo all’inizio di un percorso, eppure tutto sembra già compiuto (p.13). C’è un tu a cui l’io si rivolge, un interlocutore, esterno e interno. Vibra la vita: forse è una forma di resistenza contro l’alone oscuro della morte, quel sonno, quell’edera nera, a cui il Poeta accenna.

La parola di Fortini è come scolpita nella pietra. È precisa, disegna strade, mura, il sole che ‘si distrugge lungo le torri’(p.17). Evoca in poche pennellate la presenza di una ‘città nemica’. È lì sullo sfondo, è probabilmente la realtà della guerra, ma è anche molto altro. È un mondo di visione che viene incontro al Poeta. Lui con mano netta lo ferma sulla pagina. Ed è lì dinanzi a noi non nella sua sostanza ultima, che ci sfugge e ci sfuggirà per sempre, ma nel suo mostrarsi, nella ‘notte d’ansia’, che vanifica anche il ‘ricordare’. In questa consapevolezza della vanità c’è un’epicità che emerge nel tessuto lirico, voci che interrogano il Poeta, gli chiedono chi è lui, e gli ricordano che tutto è inutile. Voci che durano un istante, che si smorzano in una ‘luce dura’ (si noti la bellezza dell’immagine), nel camminare con un ‘pugnale nel cuore’.

Il paesaggio che fa da sfondo alle liriche è appena accennato. Nella sua vaghezza indeterminata è la sua forza espressiva. Nulla è concesso al descrittivismo. L’energia della poesia è nella sua remota sorgiva ispirazione. È poesia impegnata? Poco conta, a mio giudizio, questo distinguo. Conta molto più questo mondo sommerso, che riaffiora, in un ritmo che affonda in una esperienza estrema, in una speranza di essere di nuovo liberi (p. 20), in un divenire di ‘case in rovina’ (Militari, p. 21). Le immagini negative ritornano spesso, lo sguardo del Poeta è volto al mondo esterno, quello degli anni della Seconda guerra mondiale, ma anche alla sua interiorità. C’è la città, ma anche l’io. Il presente, ma anche il passato. Mai Fortini fa,però, cronaca degli eventi. Vive al contrario il dramma, si interroga sul suo tempo, la sua voce incarna il sentire di un’età, ma è anche un’eco che viene da lontano. Ha salde radici nella nostra tradizione classica, o forse in barba a qualunque tecnicismo che vuole ridurre la poesia solo a tecnica, nella sua lirica c’è un segno tangibile dello Spirito che dà sempre parla attraverso gli uomini.

Fortini oggi è un poeta dimenticato, anche nella sua Firenze, che fra cubi neri e speculazione edilizia (come in tutta l’Italia del resto!), fa tabula rasa della sua storia, quella antica e presente. Chiudo con dei versi, che dà soli, anche senza tutta la sua opera, ne fanno uno dei poeti più grandi del nostro Novecento:

Dunque nulla di nuovo da questa altezza
Dove ancora un poco senza guardare si parla
E nei capelli il vento cala la sera.

Dunque nessun cammino per discendere
Se non questo del nord dove il sole non tocca
E sono d’acqua i rami degli alberi.

Dunque fra poco senza parole la bocca.
E questa sera saremo in fondo alla valle
Dove le feste han spento tutte le lampade.

Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

Tags: Franco Fortiniletteratura del Novecentopoesia italiana
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