Beckett e il mare dell’assenza: il silenzio profondo di “Ceneri”

Nel dramma di Samuel Beckett, Henry dialoga con il padre morto e con le ombre del proprio passato. Tra memoria, solitudine e parole destinate a spegnersi, resta soltanto il rumore del mare

Francesco Capaldo by Francesco Capaldo
Luglio 10, 2026
in Libri
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Uomo seduto su una spiaggia davanti al mare con la copertina di L’ultimo nastro di Krapp - Ceneri di Samuel Beckett.

Un’immagine ispirata a Ceneri di Samuel Beckett, tra silenzio, memoria e presenza del mare.

Henry. Chi è Henry? Non lo sappiamo, e poco ci importa anche saperlo. Quel che conta è altro. Ovvero che è in riva al mare, e che non può fare a meno del mare. Ha un bisogno continuo di parlare, è un ‘forestiero’ della vita, ha un’inspiegabile propensione a raccontare storie.

Henry è lì, dinanzi a noi, e il suo esserci non è finzione letteraria, ma realtà creata dalla scrittura. È lì, cammina in riva al mare appena percepibile, parla con il padre, che è tornato dal regno dei morti. Può ascoltarlo, ma non può rispondere.

Henry è nella baia dove il padre amava sentire la luce. È appena ‘passato mezzogiorno, l’ombra copre già tutta la spiaggia e il mare fino all’isola’ (p. 20). Il paesaggio fisico, il sole, l’ombra, i ciottoli, il mare, e la voce di Henry si fondono in un tutt’uno, si avvicendano in una ridda continua di intermittenti lacerazioni, di momenti di drammatica infelicità, in cui tutto è finalmente svelato, senza finti sentimentalismi, fra amore, delusione, e a volte un’insanabile rabbia di incomprensione reciproca.

Il padre amava fare il bagno serale, e ciò è la ragione per cui non si è mai spostato dall’altra parte della baia. L’ultimo però gli è stato fatale: il suo corpo non è stato mai ritrovato, qualcuno ha pensato che potrebbe essere fuggito, e ciò è stato fonte di dolore per la madre.

Anche Henry come il padre non può stare lontano dal mare. Una volta non aveva bisogno di nessuno, bastava a sé stesso, e aveva delle storie, come quella di Bolton e Holloway, che non ha mai finito, entrambi in casa, davanti al fuoco, di cui resta, finite le fiamme, solo le ceneri. Ceneri del fuoco della vita, delle speranze, delle illusioni.

Henry si racconta. Forse lo fa per l’ultima volta. C’è in lui il senso incombente della morte, il confine sottile fra la vita e gli inferi. E poi ancora il mare, i ciottoli, il mare ossessivamente presente. E poi altre figure. Forse venute dal passato, forse dal presente, forse solo dalla sua coscienza. Sono morte e vive, per una strana ragione che nessuno può capire e spiegare. Sono Ada, la moglie, poi Addie, la figlia, il maestro di musica. Sono tutte avvolte come in una magia, in un incantesimo di velate ombre e di disperato bisogno di luce. Poi c’è lui, sempre lui, il padre. Sente ma non può rispondere. Forse il confine fra la vita e la morte è già varcato. Chi può dirlo? Forse se fosse vivo penserebbe di aver messo al mondo un disgraziato.

Poi Henry resta nuovamente solo. Affiorano solo i nomi di Bolton e Holloway, in un fatale silenzio finale. In un non rumore. In cui resta soltanto il mare (p. 32):

(Pausa. Perplesso) L’idraulico alle nove? (Pausa). Ah, sì, lo scarico. (Pausa). Parole. (Pausa). Sabato… niente. Domenica… domenica… niente tutto il giorno. (Pausa). Niente, tutto il giorno niente. (Pausa). Tutto il giorno e tutta la notte niente. (Pausa). Non un rumore. (Mare).

Tags: letteratura contemporaneaSamuel Beckettteatro dell’assurdo
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