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Stendhal e l’arte perduta di viaggiare lentamente

Nel suo Diario di un viaggio in Italia, lo scrittore francese racconta città, paesaggi e opere d’arte con lo sguardo curioso del viaggiatore. Una lezione ancora attuale contro la fretta e il turismo di massa

Francesco Capaldo by Francesco Capaldo
Agosto 2, 2026
in Libri
Reading Time: 3 mins read
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Copertina del libro Diario di un viaggio in Italia di Stendhal con vista su Firenze

Il viaggio in Italia secondo Stendhal, tra arte, lentezza e scoperta. (Grafica realizzata con IA)

Ogni tanto dalla mia personale biblioteca riaffiora un libro, che ho acquistato in qualche libreria antiquaria, in quelle non commerciali che a volte si trovano nelle nostre grandi città, in cui la cultura ha ancora un valore in sé, e non è un prodotto da vendere soltanto, o da supermercato.

Stamattina mi parla Stendhal. Ho davanti a me il suo Diario di un viaggio in Italia. Probabilmente non è più in commercio, perché in Italia è cosa nota che si leggono principalmente libri gialli, e polizieschi. O almeno si spera che vengano letti!

Ricordo la ragione che molti anni fa mi spinse a comprare questo libro. Lo aprii, mi colpì subito lo stile secco, da taccuino, il rapporto diretto con i luoghi, con la vita, e la scrittura apparentemente appuntistica, fin dall’incipit, in cui parlando in prima persona lo scrittore asserisce che la diligenza l’ha portato a Susa, in cui probabilmente ci sono delle cose antiche da osservare, ‘preziose quando si va a Roma e che non si guarderebbero più al ritorno’. Mi era piaciuto, e mi piace ancora oggi questo inizio, perché c’è un’idea di viaggio (noi abbiamo banalizzato il viaggio riducendolo erroneamente a vacanza, a qualcosa di preconfezionato, ecc.) come crescita umana, culturale, scoperta, in un andare verso i luoghi che presuppone anche la possibilità dell’imprevedibile. Stendhal però va oltre, e viaggiando vuole indicare a tanti viaggiatori come lui, che fra Settecento e Ottocento venivano in Italia attratti dalla storia del nostro paese (molto diversi dalla folla amorfa che spesso oggi affolla le nostre città d’arte), una regola da seguire in un viaggio in Italia.

Egli difatti si rivolge in questo scritto, da lui stesso dettato, al cugino Romain Colomb, che nel 1828, aveva espresso l’intenzione di fare anche lui un viaggio nel nostro Paese. Questa è la ragione, per cui lo scrittore passa rapidamente dalla prima persona a una scrittura più impersonale, e forse è proprio in questi passaggi rapidi come lampi, il fascino di tutta la scrittura. Non ci dice che è a Torino, ma parla di Torino usando l’infinito, consigliando di ‘prendere alloggio da Dafour’, di ‘passeggiare lungo la via del Po’, ecc.  Nei paragrafi successivi, continua in questo modo, quasi volesse prendere le distanze dal suo stesso racconto, e non ci fosse un io, che vive l’esperienza del viaggio. Così facendo sono i luoghi che assumono un valore di primo piano, come ad esempio Genova, dove i consigli si fanno ancora più pratici, con indicazioni sulla pensione in cui andare, la camera da prendere, le abitudini delle città italiane, in cui la domenica c’è la ‘messa elegante e poi la passeggiata da una a tre ore nella strada principale’ (p.26). L’asse del racconto, dopo l’attacco personalistico dell’incipit, procede quindi nel ‘futuro’, cioè riferendosi a un viaggio da farsi, colto nel suo svolgersi, nel suo procedere evenemenziale, non ha più una dimensione diaristica, ma narrativa.

Da Genova si passa a Livorno. Lo scrittore consiglia al cugino di spostarsi con lentezza, in barca, per cogliere la bellezza dei luoghi. Altra cosa che abbiamo dimenticato, la lentezza, la capacità di osservare, accecati dalla fretta spasmodica di ‘divorare’ tutto, di ‘vedere tutto’.

Seguono altre tappe: Firenze e Roma. Al lettore appaiono città di un altro tempo, solitarie e maestose nella loro antica grandezza, irriconoscibili rispetto a quelle di oggi ammalate di un turismo che a pochi porta ricchezza, ma che riduce la bellezza a puro oggetto di consumo, e soprattutto svuota le città dei propri cittadini.

Noto che lo scrittore dedica poche notazioni a Napoli, Capua, Ischia, poi nuovamente consiglia il ritorno a Roma per recarsi ad Ancona. Da lì consiglia di andare prima a Bologna, poi Ferrara alla prigione di Tasso, alla casa di Ariosto, infine a Venezia e a Milano. Con rapide pennellate indica luoghi, possibili percorsi da fare, in un viaggio che non è mai prestabilito, attento all’arte, alla bellezza, anche quelle meno note da scoprire, per sentire la voce antica della natura e dell’arte. Quella voce che noi, accecati da immagini e storditi dai rumori, raramente percepiamo.

Tags: letteratura di viaggioStendhalturismo culturale
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