Fëdor Dostoevskij, Il giocatore, traduzione di Elisa Mastrocicco, Tascabili Bompiani, 1987.
Alekséj Ivànovič è un personaggio che non si può non amare. Resta giovane durante tutta la narrazione: non invecchia. È un precettore al servizio di un generale in congedo e indebitato, che con la sua famiglia si trova a Roulettenburg, località immaginaria che ben simboleggia la passione per il gioco del protagonista e degli altri membri della famiglia.
Alekséj, Polina e l’ansia di libertà
Alekséj ama Polina, una donna enigmatica, colta sempre nella sua bellezza a tratti crudele, sfuggente, drammatica e indefinibile. Per lei prova una vera adorazione, tanto da comportarsi come se fosse un suo schiavo, sempre pronto a compiacerla in ogni cosa, anche a giocare per lei. Dipende da Polina e la sua esistenza è strettamente legata a quella di questa donna, ma possiede anche un’energia tutta sua, alimentata da una fortissima ansia di libertà.
Molto più di un romanzo sulla dipendenza dal gioco
È semplicistico leggere Il giocatore soltanto come la storia di una dipendenza dal gioco, e poco aiutano, credo, i dettagli biografici dell’autore. Personalmente trovo molto di più in questo straordinario romanzo di Dostoevskij, composto in tempi brevissimi, in soli ventisei giorni.
Alekséj è un uomo libero, governato da un’idea eroica, direi aristocratica, della vita. Pur giocando, in fondo disprezza il denaro: non è schiavo della mentalità borghese votata al calcolo e all’accumulo, ma è animato da un sentire molto più profondo. È questo impulso a spingerlo a rischiare ancora dopo aver vinto, a mettere ogni volta tutto in gioco e, quando perde tutto, a ritentare, ricominciare e sperare in una possibile rinascita.
Disperazione, senso del dramma, una natura spregiudicata e non governabile, ma anche speranza e un’energica, continua voglia di vivere caratterizzano questo personaggio. Alekséj è molto diverso da tutti gli altri del romanzo, compresa la vecchia nonna, ormai data per morente, che compare improvvisamente dinanzi ai familiari e precipita con estrema rapidità nel baratro del gioco, fino a sperperare quasi tutto il proprio patrimonio in pochissimo tempo.
Se la figura della nonna è descritta in molti passaggi con ironia e con alcune note caricaturali, la passione per il gioco di Alekséj ha qualcosa di molto più profondo. Non credo che, come pensava Freud, sia riducibile a una «coazione onanistica» e agli aspetti biografici dell’autore.
La roulette come sfida titanica alla sorte
La questione è molto più complessa: la sfida contro la sorte, la volontà di governare la fortuna e di non arrendersi hanno in sé qualcosa di titanico. Nelle pagine più belle del romanzo, quelle in cui il protagonista gioca mosso da un’energia di cui non conosce l’origine, questa sfida assume un’intensità che svela le contraddizioni del suo animo: è quasi una lotta estrema contro la vita e una critica aspra a ogni forma di morale.
Basta che la ruota giri e ci si può trovare dall’altra parte. Si può essere vincitori o perdenti. Anche il giudizio della società asseconda la sorte: è volubile, incostante. Alekséj è un giocatore e lo sa. Giocando con la ruota della roulette e con la vita, in una tensione continua che non mira all’accumulo né al calcolo, rimette ancora una volta in gioco tutto ciò che possiede e spera che la sorte torni a girare a suo favore (pp. 151-152):
«Ah, avrò dunque di che pranzare!» pensai ma, dopo aver fatto cento passi, cambiai idea e tornai indietro. Puntai quel gulden sul manque (quella volta ero fissato per il manque) e, in verità, c’è qualcosa di particolare nella sensazione che provi quando, solo, in un paese straniero, lontano dalla patria e dagli amici, senza sapere che cosa mangerai oggi, punti l’ultimo, proprio l’ultimo, l’ultimissimo gulden! Vinsi e dopo dieci minuti uscii dal Casinò con centosettanta gulden in tasca. È un fatto! Ecco cosa può significare talvolta l’ultimo gulden! E che cosa sarebbe accaduto se allora mi fossi perso d’animo, se non avessi avuto il coraggio di decidermi?
Fëdor Dostoevskij, Il giocatore
Domani, domani tutto finirà!




