Billy Budd di Melville: il giudizio del capitano Vere tra bene e male

Nel romanzo di Herman Melville il capitano Vere giudica il giovane marinaio Billy Budd, tra innocenza, colpa e il mistero del bene e del male.

Il giovane marinaio Billy Budd osserva il mare al tramonto sul ponte della nave, mentre sullo sfondo il capitano Vere volta le spalle agli ufficiali.

Herman Melville, Billy Budd, marinaio, traduzione di Gianna Lonza, Garzanti, 1993.

Siamo su una nave. In mezzo al mare. Un uomo di nome Vere è il capitano. Volta la schiena ad altri tre uomini, che sono stati chiamati a giudicare la vicenda di un giovane gabbiere di nome Billy Budd, un marinaio, che accusato ingiustamente da un suo superiore di nome Claggart, e affetto in quell’istante da un improvviso mutismo, lo colpisce con un pugno e lo uccide. Il capitano intuisce che Claggart era uno spergiuro, e commenta l’episodio considerandolo come il giudizio di Anania. Nel gesto del giovane egli vede non l’atto di un uomo, ma di un angelo di Dio, eppure secondo la sua visione delle cose l’angelo deve essere impiccato, perché uccidendo un superiore ha violato le norme della marina. Pretestuosamente stabilisce invece di demandare la questione all’ammiraglio, di convocare un tribunale per giudicare Billy Budd. Questa probabilmente è, però, solo la causa apparente dello svolgersi degli eventi. Ce n’è una più profonda, di cui lo stesso capitano è consapevole, ed è legata a quella che lui stesso definisce, usando parole della scrittura, il ‘mistero dell’iniquità’ (p.73). È proprio il senso dell’iniquo, del Male, che domina la vicenda, e che rende l’immagine del capitano che volta la schiena ai tre ufficiali drammatica, caricandola di significati che vanno oltre il racconto della vicenda, e facendo così di queste pagine quelle più narrativamente intense e inquietanti di tutta la storia (p. 74). Vere sente che i suoi ufficiali esitano, e che in cuor loro considerano il ragazzo vittima dell’odio di Claggart per pura invidia, ma crede che non sia una motivazione sufficiente per assolverlo. Egli ritiene che colpendo il suo superiore con un pugno, il giovane si è fatto strumento del Male, e da vittima è diventato carnefice, e in quanto tale deve morire. Eppure proprio nel momento in cui gli ufficiali si apprestano, assecondando il volere del capitano a promulgare la condanna, Billy ridiviene nuovamente vittima.

Il capitano percorre ‘avanti e indietro la cabina e, al ritorno’ sale ‘sopravvento il ponte, obliquo per il rollio della nave’. I suoi movimenti non sono casuali, anzi al contrario. Testimoniano il suo animo incrollabile, pronto a sfidare anche il vento e il mare (p. 75). Poi a un certo punto si ferma dinanzi ai tre, e li convince a emettere la condanna a morte, che Billy accetterà senza discutere, ma al momento dell’impiccagione si verifica un fatto strano: nella figura legata all’estremità del pennone non si vede alcun movimento. Soltanto si avverte – come sottolinea la voce narrante con un’immagine bellissima (p.90) il ‘rollio della chiglia, lento quando il tempo è sereno e così solenne in una grande nave poderosamente armata’.

Billy Budd, il giovane bel marinaio, muore nel pieno splendore della giovinezza, ghermito dal Male. Il suo sacrificio ricorda quello del Cristo, il mistero del Male e del Bene. La sua morte (ma anche quella poco dopo del capitano Vere, colpito inaspettatamente in battaglia da una palla di moschetto che mette fine alle sue ambizioni e alla sua carriera) è avvolta in un’aura sacrale e oscura. Non è un evento comune, in quanto il giovane è presentato come un’offerta sacrificale, e anche Vere sembra muoversi e agire in un disegno indecifrabile e più grande. E proprio lui, sul punto di spirare, mormora in mezzo a parole incomprensibili il nome di Billy Budd. Chi fosse stato Billy Budd – commenta il narratore – lui lo sapeva fin troppo bene, anche se lo aveva tenuto per sé!