Enzo Bianchi e il tempo che resta: Ogni cosa alla sua stagione

Una cella, una tavola apparecchiata e un viale di tigli: le ultime pagine di un monaco che ha scelto di lasciare il mondo più bello di come l’ha trovato.

Viale di tigli giovani al tramonto lungo un sentiero di campagna, con una tavola di legno in primo piano.

Enzo Bianchi, Ogni cosa alla sua stagione, Einaudi, 2010, euro 17,00.

Enzo Bianchi è da poco scomparso. Restano però le sue parole, la sua spiritualità. Anche se non c’è più, parlo con lui attraverso le pagine di questo libro, che ripercorro in questo mio breve articolo. Ogni cosa alla sua stagione c’è già la consapevolezza che il tempo che resta è poco, ma non è mai vissuta con uno spirito negativo. Al contrario c’è speranza, un continuo e fitto dialogo con il passato, con la propria terra di origine, con la tradizione contadina, e con i classici antichi.

Enzo Bianchi era un monaco cristiano, ed egli guarda il mondo dalla sua cella, fisica e spirituale. Non lo fa per insegnare, o per persuadere, o per fare proseliti. Egli racconta, e si racconta, e così facendo mostra a ognuno di noi aspetti profondi e attuali della vita. Per il monaco – scrive – la cella è il luogo in cui impara ad habitare secum, cioè ad abitare con sé stesso. E ciò è verissimo, anche per noi, perché anche noi siamo chiamati a imparare a stare con noi stessi, e a dominare le pulsioni malvagie che ci abitano. Senza è impossibile la ‘comunione’ con gli altri. Senza c’è la guerra con noi stessi, e gli altri.

Enzo Bianchi fa un uso della parola che non è mai retorico. Essa non è mai staccata dal senso, dal sentire. È sempre essenziale, necessaria, e ogni frase, ogni capitolo nasce da una lunga meditazione, dal silenzio dello spirito. La vera lotta – osserva – comincia quando si fa l’esperienza del non senso, cioè dell’akedia. Allora il male assale chi è nella cella, poiché si sente attratto dal richiamo a vivere fuori da sé stesso. La stessa cosa accade però anche a noi, in quanto è il non senso a spingerci verso uno sfrenato e vano vitalismo. Da lì, da quel vuoto, da quella assenza parte tutto.

Bellissime sono le pagine che Bianchi dedica alla tavola, che giustamente definisce ‘l’elemento più eloquente’ del mobilio di una casa, che non è solo per l’arredo, ma per l’umanizzazione. Invitare qualcuno è un ‘atto di grande fede, di fiducia nell’altro: significa infatti chiamarlo, eleggerlo, distinguerlo tra gli altri conoscenti; significa confessare il desiderio di stare insieme, di ascoltarsi, di conoscersi maggiormente. Chi non pratica questa ospitalità vive in angustie, vive «poco»’ (p.46).

Bianchi non tace nulla nel suo racconto, anche la realtà triste della delusione. L’amicizia che è esperienza della bellezza e dell’armonia può sciuparsi quando l’istinto al possesso la mette in crisi (pp.103-4). La sconfitta è, però, il terreno da cui ripartire. Se viene accolta ci aiuta a capire che ognuno di noi è custode dell’altro, al quale deve dare il suo volto, e offrire la sua presenza. Da qui comincia il riconoscimento della fraternità e dell’altro, al quale dobbiamo gratitudine, anche quando ci è nemico, perché diventa, se siamo capaci di interrogarci sulle ragioni del nostro soffrire e sulla nostra capacità di pazienza e perdono, un grande maestro (p.110).

Ognuno di noi – ci ricorda Bianchi – è chiamato a rendere più bella la propria terra. Lui l’ha fatto, sentendo avvicinarsi la fine, con un gesto semplice, cioè piantando per gli altri dei tigli (p.117):

Quest’anno ho piantato un viale di tigli, li ho piantati per rendere più bella la terra che lascerò, li ho piantati perché altri si sentano inebriati dal loro profumo, come lo sono stato io da quello degli alberi piantati da chi mi ha preceduto.