Secretum di Petrarca: il dialogo con Agostino e il dramma della volontà

Tra Francesco e Agostino siede, come giudice, la Verità: una donna di indicibile bellezza. Nel dialogo l’infelicità di Petrarca somiglia alla nostra.

Studio medievale al tramonto: uno scrittoio con un manoscritto aperto, una penna d’oca e una clessidra, tra due sedie vuote una di fronte all’altra, con una finestra ad arco sui tetti di una città al tramonto.

Francesco Petrarca, Secretum, a cura di Ugo Dotti, testo latino a fronte, Bur classici, euro 13,00.

Anche i tempi di Petrarca erano bui. Un po’ come il nostro. Anche allora il male nelle sue diverse forme turbava le vite degli uomini. Forse da qui, cioè da un intenso vissuto umano, nasce il Secretum. In questo libro il Poeta, questa volta in prosa e in latino, immagina un dialogo con Sant’Agostino alla presenza della Verità, rappresentata come una donna di indicibile bellezza, che siede fra loro come giudice. Agostino non è, però, l’alter ego di Francesco. Egli è un maestro, che non esita a rimproverare l’allievo, che spesso dissente, e proprio dalla dialettica delle loro posizioni emerge un’analisi impietosa della vita di Francesco, e in un certo senso di quella di tutti gli uomini, o almeno di quelli che cercano con onestà la Verità, e che si sforzano di orientare, nonostante i loro limiti, la loro esistenza alla virtù.

Una felicità che non dipende dalla volontà

Mi soffermerò su alcuni aspetti del Primo libro. L’ambientazione non è definita. I due parlano dei mali del loro tempo, ma a Francesco restano in mente solo le parti del colloquio che lo riguardano più direttamente, e decide di trascriverle per poterle ‘gustare’ (p. 47) ogni volta che lo voglia. Il dialogo non è tanto una biografia della sua vita, ma un resoconto implacabile del suo percorso spirituale, e il primo punto di dissenso fra i due è il problema della felicità. Francesco si sente infelice, anticipando così un tema che avrà larga fortuna nella nostra tradizione (penso a Leopardi). Egli asserisce che la felicità non dipende dalla volontà dell’individuo, e che si possa essere infelici nonostante si desideri la felicità. Obietta a Sant’Agostino, che gli ricorda che la felicità è legata alla virtù, con una prova che considera incontestabile, cioè la sua esperienza pratica.

Ecco in questa dialettica di posizioni, emerge contemporaneamente la ricerca di Francesco della virtù, e della felicità, ma anche la difficoltà del percorso dell’uomo, che può fare esperienza concreta dello scarto fra i suoi ideali e la realtà concreta della vita (pp. 57, 61, 62).

Il dramma della volontà

Agostino mette in guardia Francesco, e indirettamente noi, contro gli inganni che lui tende a sé stesso, e contro le finzioni con cui facilmente si assolve (p. 63), ma anche contro la parola usata per vincere nella discussione e non per progredire sul piano morale. La ricerca della verità, invece, non solo è contraria alla sterile polemica (p. 65), ma è nemica di ogni raggiro (p. 67). Per uscire da questa trappola, gli consiglia ben due volte da maestro e uomo di interrogare la coscienza (pp. 73 e 83). Così facendo, lo immette in una tensione, lo induce a fare i conti con la parte più vera di sé, a riconoscere che la sua condizione di infelice non è dovuta al non potere, ma al non volere. Il suo è un dramma della volontà.

Via via, con un ritmo meditativo e conciso allo stesso tempo, si palesa il vero tema della discussione, che risulta essere, anche se in un mutato contesto, ancora attualissimo, e cioè che, anche se i più asseriscono il contrario, in realtà pochissimi hanno una vera cognizione del concetto di uomo (p. 87), in quanto il raggiungimento di questo fine richiede una ‘conoscenza e una meditazione adeguate’.

Quiete e silenzio

Qual è la peste che impedisce a Francesco di raggiungere la sua meta? I suoi fantasmi (p. 107), cioè i pensieri che assediano il suo animo, in lotta continua fra loro, e che fanno sì che egli non sia in nessun luogo tutto intero e soprattutto sé stesso (p. 109). Nonostante egli sappia scendere in profondità, non riesce però a rimanervi ‘per la spinta di tante contraddittorie preoccupazioni’. Egli è in continua ‘angosciosa apprensione’: ha in ‘orrore le proprie macchie’ ma non sa ‘detergerle’, conosce la ‘tortuosità del cammino’ ma ‘non sa abbandonarlo’. È il dramma dell’uomo Petrarca, finissimo umanista, e profondissimo spirito cristiano; ma anche il nostro, con l’aggravante che non cerchiamo più la Verità, e abbiamo perso completamente la dimensione religiosa.

Qual è allora la soluzione? Ce la suggerisce Francesco, a conclusione del primo colloquio: quiete e silenzio!

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