Pier Paolo Pasolini, L’odore dell’India, prefazione di Giorgio Pressburger, Garzanti, 2015, euro 9,50.
Anche oggi scrivo su un libro di viaggio. Sì, perché amo i libri che raccontano la vita e che si distinguono, più che per la storia, per la qualità della scrittura, del pensiero e l’intensità del sentire. Insomma, per una scelta di “poetica”.
Il viaggio di Pasolini nell’India del 1961
Siamo nel 1961. Pasolini, con Moravia ed Elsa Morante, fa un viaggio in India. Il suo modo di viaggiare è però diverso da quello dei suoi compagni. Egli ama «camminare da solo, muto, imparando a conoscere passo per passo quel nuovo mondo», così come aveva già fatto con la periferia romana. È un dettaglio importante, perché ci aiuta a capire come si relaziona con le persone e le cose. Egli scende al loro livello e ama non solo osservarle, ma sentirle, come indica bene il titolo, da una distanza ravvicinata, assorbendone l’essenza.
Il viaggio per lui, ma anche la scrittura, si costruisce come un’esperienza fisica e materiale prima ancora che intellettuale. L’India, però, non è paragonabile alle borgate romane e subito Pasolini si rende conto di trovarsi dinanzi a una realtà fisica, sociale e culturale immensa e multiforme, molto diversa dal mondo a cui è abituato, a partire dalla religione.
Per la prima volta ha l’impressione che il cattolicesimo non «coincida con il mondo» e la separazione di queste due entità avviene in lui in modo traumatico, inaspettato e violento. Lì non c’è la religione di Stato e lui, da sempre abituato alla sua esistenza, avverte una «specie di vuoto», una sensazione di vertigine. Con lentezza, come lui stesso riconosce, si adatta a questa «condizione di libertà religiosa», «che, se da una parte dà un senso come di gratuità di ogni religione, dall’altra è così ricca di spirito religioso puro» (p. 26).
Una scrittura evocativa e profondamente poetica
La bellezza di questo libro è, come in ogni grande scrittore, tutta nella scrittura e in un pensiero forte. Pasolini è affascinato dalla vita, dai luoghi che vede per la prima volta, dalla gente, e la sua penna registra quanto vede non in maniera neorealistica, ma evocativa e, in alcune parti, in modo altamente poetico. Penso alle pagine dedicate all’addio a Delhi o alla Passeggiatina ad Ajanta, che conservano ancora tutta la loro freschezza.
Egli alterna inoltre alla rappresentazione riflessioni sulla condizione in cui versa l’India, sulla sua povertà, che gli ricorda quella di Napoli o del Mezzogiorno d’Italia in quegli anni, ma che è di proporzioni immani. Nota la staticità della società indiana, da millenni abituata alla sua povertà, alla rigida divisione in caste, a una ritualità affascinante ed esasperante, e che si trova in uno stadio a metà fra l’atavica arretratezza e i primi contatti con un modello di sviluppo moderno in crisi.
Dall’India ai problemi mondiali del nostro tempo
In un’intervista concessa ad Adolfo Chiesa, lo scrittore osservava che il borghese italiano, con la sua televisione e i suoi rotocalchi, è un provinciale, e così lo sono anche i suoi problemi, cioè sono marginali. Al contrario, un contadino italiano del Sud «è invisibilmente e inesprimibilmente legato alle immense masse contadine sottosviluppate dell’Africa, del Medio Oriente e dell’India, e i suoi problemi si presentano come problemi mondiali».
L’India di oggi è molto diversa rispetto a quella del 1961, ma il senso delle parole di Pasolini resta tragicamente vero e attuale, specie in un momento storico in cui tante questioni irrilevanti — fatti di cronaca e altro — mettono in secondo piano questioni di portata mondiale, come quella della povertà.




