Stamattina la mia attenzione cade per caso sulla finestra delle scale del giardino. È simmetricamente rivolta verso un’altra, apparentemente più piccola. Mi distrae per un attimo dalla lettura di Un furto di Kureishi. Subito riprendo a leggere. Lo scrittore parla in prima persona. Racconta di un ladro, che è entrato nella sua vita. La sua scrittura è diretta, è attenta alla parola, al suo ritmo, all’andamento della prosa. Con rapide pennellate tratteggia il personaggio principale, e il suo antagonista. Come le due finestre delle scale, narra la storia del ladro, e parallelamente parla della sua interiorità, in una simmetria costante e reciproca.
Il protagonista a un uomo di nome Jeff, un consulente finanziario, affida i risparmi, e la sua stessa identità. Lo odia, e lo ama (p. 8). È attratto dai truffatori (pp.11-12), dal loro potere creativo, che dà smalto alla vita. Lo scrittore stesso – a suo giudizio- è un truffatore o un incantatore: racconta storie per salvare la sua vita (p.14).
Kureishi organizza la materia narrativa con grande maestria. Sa dosare e rallentare la narrazione al momento opportuno. Senza accorgercene, dopo alcune riflessioni dedicate alla paura dell’abisso (p.22), ci ritroviamo ad apprendere dalle parole del protagonista che il suo conto è stato svuotato (pp.23-24), e poi in un crescendo che Jeff si è trasformato in lui. Il suo non è solo un furto fisico (documenti, soldi), ma esistenziale. L’io perde la sua identità, il ladro si impossessa di ciò che è suo. La finestra interna è fagocitata da quella esterna. La perdita risponde, però, a un bisogno di vita. È una precondizione per la rinascita.
Il protagonista ha bisogno del ladro. Stranamente non lo denuncia. Gli telefona. Lui gli (p.29) risponde, lo tranquillizza. Non parla di furto (p.30), ma di spostamento di soldi. Gli spiega la situazione e chiacchiera al telefono, naviga in Internet, ecc. Gli tremano le mani, la voce è incerta (p.30). Jeff, l’homo oeconomicus, il risultato sociale del neocapitalismo incarnato dal piccolo borghese della Londra del nuovo millennio, è dinanzi a noi. Per la prima volta (p. 31) lo vediamo in una prospettiva diversa. In un gioco a specchi, fra l’interiorità e l’esteriorità, è illuminato dalla luce della finestra interiore.
Jeff, il ladro, l’amante, fugge in Spagna. Da lì resta in contatto con la sua vittima: gli telefona quotidianamente (p.33), inventa bugie, di cui sa che ne ha bisogno come di una medicina (p.37). Ma chi è Jeff? È questa la domanda a cui il protagonista prova invano a rispondere. Perché l’ha fatto entrare nella sua esistenza. A poco a poco, come in un eterno ritorno, comprende che Jeff c’è sempre stato. Arriva addirittura a imitarlo, a impossessarsi di lui. Realizza che una rinascita è possibile, che erroneamente aveva creduto che Jeff fosse la soluzione, ‘quando invece era il problema’ (p.53). Via via Jeff perde di fascino. Appare per ciò che è, un comune, mediocre omuncolo, figlio del suo tempo. Il protagonista intuisce che l’errore era stato pensare che il denaro contasse più della poesia, e dell’amicizia (p. 56), e che è giunto il momento in cui può prendersi la rivincita. Ora è lui che deve rubare a Jeff, inchiodandolo alla pagina (p.77). L’arte – questa è la lezione finale di questo magistrale racconto lungo- come l’Eros ‘collega trionfalmente le parti, crea nuove unioni’.





