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L’uomo che cammina e il peso leggero della verità

Rileggere Bobin nel silenzio del Sud, tra passi senza fine, volti da accogliere e parole disarmate che sfidano il frastuono del presente

Francesco Capaldo di Francesco Capaldo
Agosto 6, 2025
in Libri
Tempo di lettura: 2 mins read
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Copertina del libro "L’uomo che cammina" di Christian Bobin accanto a una figura che cammina sulla sabbia.

Christian Bobin, L’uomo che cammina, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, euro 5,00

Da pochi giorni sono nel mio Sud. Rileggo L’uomo che cammina, un libro che ho ricevuto in dono molti anni fa da un’amica. In questo scritto Bobin parla – senza mai nominarlo esplicitamente – di Gesù. Per lo scrittore francese è l’uomo che incessantemente cammina, senza fermarsi mai.

Le parole di Bobin sono essenziali, meditate. Sono nate probabilmente nel silenzio della riflessione, e sono qualcosa di raro e unico in un mondo fatto di numeri, statistiche, e suoni roboanti.

Lo sguardo di Bobin si proietta nel passato. Torna indietro di duemila anni. Si rende conto che di quell’uomo che camminava abbiamo capito poco. Perché non l’abbiamo capito? Perché non sappiamo ascoltare. Se sapessimo cogliere il ‘canto dei granelli sollevati dai suoi piedi nudi’ forse non avremmo bisogno neanche di quel libro che è stato scritto su di lui. Il suo è uno stile inconfondibile, e il suo è un ‘passaggio che non conosce fine’. È un uomo che se ne va a capo scoperto, e che senza mai ‘rallentare il passo’ accoglie ogni ingiuria, compresa la morte. Nell’accoglierla però ci ricorda che ‘la morte è nulla più di un vento di sabbia’.

È impossibile leggendo Bobin non fare confronti con l’attualità. L’uomo che cammina rivolge se stesso verso l’umano, va dritto alla sua porta (p.13). In che modo: accogliendo non solo persone ma volti. Quanti volti oggi noi non accogliamo più! Ogni volta che neghiamo l’altro neghiamo il suo volto. Per accogliere però è necessario – ci ricorda Bobin- lavare i nostri volti da ogni ‘residuo di potenza’, altrimenti svuotiamo gli altri della loro umanità, e così anche noi stessi.

Anche l’uomo che cammina è vissuto in una società mercantile. Era un ebreo. Le società mercantili esistono da sempre. Nelle società mercantili c’è una pesantezza, concepiscono l’uomo non come persona ma come cosa. L’uomo che cammina non appartiene né allora né oggi a questo tipo di società. Egli si rivolge a tutti. Per lui non c’è né il virtuoso, né la canaglia, ma ‘ogni volta, due esseri viventi faccia a faccia, e in mezzo ai due la parola, che va, che viene’ (p.16). L’uomo che cammina non dice mai- scrive Bobin- amatemi, ma amatevi. Ci insegna a sopportarci nel vivere insieme (p.17). Ed è un insegnamento più che mai attuale in un tempo come il nostro che ha smarrito il valore della pazienza, dell’ascolto, anche nei rapporti familiari, e sempre più intollerante alla presenza vicina e lontana dell’altro.

L’uomo che cammina ‘non fa dell’indifferenza una virtù’ (il suo modo di essere è lontano da ogni forma di ascetismo, o di pratica delle filosofie antiche); al contrario ripercorre ‘l’intero registro umano’ (p.18). Quell’uomo che cammina è un ebreo nato in Palestina. Nel suo viaggio senza sosta in sessanta chilometri di lunghezza usa una parola vera e disarmata. Più delle altre mi colpisce questa parola. Oggi più che mai c’è bisogno oggi di una parola che sia vera e disarmata. Viviamo in un mondo, che incurante di un passato non lontanissimo disseminato di orrori e morti, corre in maniera cieca e autodistruttiva verso il riarmo. E purtroppo non solo a parole!

Tags: libri da leggereriflessionispiritualità
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Fondatore e Direttore Editoriale: Maurizio Andreanò
Direttore Responsabile: Giusy Bottari
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