Ho un rapporto ‘umano’ con i libri. Mi avvicina a loro una naturale curiosità, la stessa che spinse Goffredo Parise fra il ’74 e il ’75 a tenere sul Corriere della Sera una rubrica in cui dialogava con i lettori.
La scrittura di Parise scorre rapida, veloce, come un flusso di gente in una piazza. Non si limita però a scorrere: scolpisce volti, costumi, pensieri, interroga il presente, vuole volare basso ma in realtà spicca dei voli molto in alto. La sua è una lingua semplice, misurata, calibrata, democratica.
Mi soffermerò su un suo articolo in cui parla della povertà, in cui risponde a dei suoi lettori che lo criticano per aver affermato che il rimedio contro la società dei consumi è la povertà. Alcuni di destra lo definiscono comunista, altri di sinistra gli rimproverano di fare il gioco dei ricchi. Parise al contrario rifiuta ogni tipo di etichetta. Analizza la realtà servendosi della ragione e del buon senso, e nota che i suoi detrattori ‘da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumismo è benessere’ (p.17). La verità invece è che il nostro paese ‘si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco’. Gli sprechi e i consumi livellano, fanno scomparire le distinzioni sociali, la stessa nozione storica di ‘classe’ sociale. Per Parise non ci limitiamo a consumare, ma il nostro è un comportamento da ‘affamati nevrotici’. La nostra ‘ideologia nazionale, specie al Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo’ (p.18).
Le pagine di Parise sono taglienti, sferzanti, sembrano scritte non nel ’74, ma oggi. Quello del nostro tempo osserva – citando Pasolini- è un fascismo senza storia, e la nostra ideologia è basata solo sull’acquisto ‘insensato di oggetti e cibo’. Povertà non è dunque miseria, non è comunismo, ma è un’ideologia: è godere ‘di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestito necessario, la casa necessaria e non superflua’. Povertà è ciò che è necessario come i mezzi pubblici, al contrario del superfluo come le automobili, le motociclette, le ‘famose e cretinissime barche’. Povertà è assaporare il cibo, non ingurgitarlo in maniera nevrotica (p.19), è educazione alle ‘cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita’.
La gente -nota Parise con grande forza polemica e critica – non sa più distinguere ‘la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, […] perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivo’. In passato il nostro paese fu colto, cioè ‘agricolo e artigiano’. Oggi non lo è più ‘perché non ha più povertà’. Il consumismo non è solo materiale ma anche ideologico. Mai in un nessuna età della storia umana c’è mai stato un tale spreco della parola, priva di qualunque contenuto, ridotta a pura fonia (pp.20-21). Qual è dunque il rimedio? La povertà, che è la vera ricchezza. L’unico, da non mettere sul mercato, ma da tenere come un bene personale, che può salvare il nostro paese.





