Ho con me un segnalibro. Mi è stato regalato da un’amica gentile all’uscita dalla mostra di Katsushika Hokusai, a Palazzo Blu, a Pisa. Raffigura un’opera del grande artista giapponese, un ponte sospeso fra cielo e terra. Guardarlo mi riporta indietro, in una terra di passaggio, in un mondo di linee nette, essenziali, stilizzate, di una forma rigorosamente rispettata, anche e soprattutto nei minimi dettagli, a volte infranta nella contorsione degli alberi, o in un primo piano di un volto.
Hokusai è un artista poliedrico, dalle mille sfaccettature. Mi colpisce nei suoi lavori l’umano e il paesaggio, la ricerca continua nella rappresentazione di uno stesso motivo (penso alle opere dedicate al monte Fuji), al movimento sempre presente nella staticità fissa, senza tempo, immobile, eterna dei suoi soggetti, immersi in un’aura metafisica.
Il segnalibro è un filo rosso. È un legame con la memoria. Eccomi nella prima sala. Spicca una silografia di un palazzo. Un salto in un altro mondo, in un secolo lontano, nell’Ottocento. A Tōeizan. In architetture di cui forse non è rimasto nulla. In un esterno che via via evoca un interno, uno spazio non visibile, una geometria ma anche una non geometria, una composizione che si scompone, e apre lo sguardo all’immaginario, al non visto. Poi mi sposto in un brulicare di vita a Ryōgoku (Veduta dello spettacolo pirotecnico al ponte Ryōgoku). Qui mi sembra di sentire sulla pelle la brezza serale, e di essere avvolto dal blu intenso delle onde del fiume, su cui spiccano delle imbarcazioni. In lontananza poi un altro ponte, un altrove da esplorare.
Hokusai deve aver viaggiato molto. Amava i ponti, le prospettive. È un osservatore della luce, e la sua è tenue, calda, cadente. Mi fa conoscere il Giappone, luoghi forse perduti, il ponte Nihonbashi o Edo, il pontile di Onmaya. Sono luoghi ma anche non luoghi. Li trasfigura nei colori accesi del verde, del giallo paglierino e in quello dominante del blu (Meguro inferiore in Trentasei vedute del monte Fuji), o del bianco che in Il Fuji da Gotenyama presso Shinagawa sul Tōkaidō via via si fa più intenso, dilagante, in un ampliarsi della veduta fino a un infinito/indefinito.
Hokusai è un artista anche dei quartieri. Egli ferma il suo sguardo sui campi, su una natura antropizzata, su un mondo caratterizzato da un equilibrio molto forte e fragile nella sua bellezza. Si percepisce la sua partecipazione indiretta alla fatica dei contadini, che ritornano nelle sue opere colti nel quotidiano (Il monte Fujii visto in lontananza dal quartiere di piacere di Senjū), in una fusione fra paesaggio e umano in alcuni momenti (Gruppi di pellegrini che scalano) indistinguibili in un tutt’uno.
Nell’arte di Hokusai – penso mentre ripongo il segnalibro fra le pagine di un romanzo che sto leggendo – c’è tutto il fascino dell’Oriente, della sua antichissima cultura, dei suoi dèi, dei suoi riti, della sua filosofia della vita, e della sua poesia, essenziale, assoluta, nel verso e nell’arte. Una traccia ferma in un segno di un mondo di bellezza – nel trambusto della roboante modernità – sempre più raro e difficile da evocare.





