Di Giancarlo Cauteruccio, come molti altri, sono stato amico. Prima che dell’artista vorrei parlare dell’uomo, della sua innata curiosità e apertura, che lo spingeva a relazionarsi con tutti, a non essere mai diffidente, e sempre pronto ad accogliere l’altro pur nella sua diversità. Questo ricordo nelle sere che, in piazza Sant’Ambrogio a Firenze (finché ha vissuto a Firenze, ma anche dopo il suo ritorno in Calabria, quando ritornava in città per qualche spettacolo), mi fermavo a chiacchierare con lui, con l’attore Roberto Visconti, e altri amici, e fra un caffè e l’altro, parlando di teatro, arte, letteratura, e a volte anche di politica, la sua vigile e attenta curiosità era attratta dagli avventori. Con il tempo ho capito che non era solo una nota caratteriale, ma la cifra distintiva del suo essere artista, della sua visionarietà, e soprattutto del suo straordinario amore per la vita.
Cauteruccio da degno artista del Novecento era uno sperimentatore. La sua idea di teatro teneva sempre conto dell’apporto di linguaggi diversi, da quello tecnologico a quello della musica e delle arti figurative. Mi ha sempre colpito di lui la sensibilità e la capacità immaginativa, unita a una geniale abilità tecnica, nella costruzione delle atmosfere sceniche. Gli spazi teatrali, che anche con l’ausilio della tecnologia, Cauteruccio realizzava erano in grado di evocare non solo simmetrie, ma di per sé avevano nel suo teatro una forte capacità segnica. Erano la prova materiale di una sua grande intuizione, cioè che i luoghi stessi dovevano farsi teatro, insomma di quello che per una stagione lunghissima e straordinariamente bella è stato il teatro di Giancarlo Cauteruccio, e della compagnia Krypton, che lui aveva fondato con Pina Izzi, e che ora è diretta dal fratello Fulvio.
Come è noto Cauteruccio era considerato il più grande interprete italiano di Beckett. Il suo amore per il drammaturgo l’ha spinto più volte a portare in scena, con lui stesso nel ruolo dell’attore, L’ultimo nastro di Krapp. Mi sembra ancora di vedere Cauteruccio dinanzi agli occhi, sul palco, al teatro Niccolini, che anche attraverso una ricercata mimica, entrava in questo personaggio e lo faceva rivivere. Il suo era un dialogo continuo con l’opera originale, una rivisitazione ogni volta sempre nuova.
Gli ultimi anni di Cauteruccio, e questo bisogna dirlo e ricordarlo, sono stati addolorati dalla acutissima consapevolezza che la bella stagione della sua esperienza artistica stava volgendo al tramonto, e ancora di più dall’amarezza, dopo aver dato tanto, che la sua terra di adozione, cioè la Toscana non riconoscesse più in maniera adeguata il grande valore della sua arte. Ciò lo ha portato a ritirarsi nella sua Calabria, dove si è spento. Parlando del suo nostos, in un’intervista che gli ho fatto alcuni anni fa, diceva che era un’esperienza unica, e lo declinava non solo come un ritorno, ma accennando a ciò che stava per realizzare, e a ciò che avrebbe fatto. Egli vedeva nella Calabria la terra del futuro, un luogo di insite e inesplorate possibilità. E con questo auspicio, cioè con la speranza e la fiducia in una terra del futuro, voglio ricordarlo oggi, nel mio ultimo saluto.





