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Elodie e il pianista siriano che suonava tra le bombe

Giuseppe Attardi by Giuseppe Attardi
Febbraio 6, 2020
in Cultura
Reading Time: 4 mins read
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Elodie e il pianista siriano che suonava tra le bombe

Photo by Daniele Venturelli/Daniele Venturelli/Getty Images

A tranquillizzarla prima di salire sul palco è stata Emma Marrone: «L’ho cercata con lo sguardo e lei mi ha detto: “Mi raccomando, vedrai che andrà tutto bene, stai tranquilla”. È stata carinissima. Lei lo è sempre». Eppure per Elodie è la seconda volta all’Ariston. «Questa, però, è un’altra Elodie». Ben diversa dalla ragazzina proveniente da “Amici” che nel 2017 si presentò con il brano “Tutta colpa mia”, scritto tra gli altri da Emma.

Questa volta Elodie vuole affrancarsi dall’etichetta di ex talent, presentandosi con il complesso e movimentato brano “Andromeda”, scritto per lei da Mahmood e Dardust. Pronta a cambiare pelle e a sperimentare. Partita come interprete classica, con gli ultimi lavori, complice anche l’amore che la lega al rapper Marracash, si è avvicinata pian piano all’hip hop, in una versione molto personale di pop-rap, senza disdegnare anche un po’ di swing, di urban, di soul. E tutto questo è finito nel nuovo album “This is Elodie”. «Altro che comfort zone, preferisco allargarmi, mettermi alla prova, prendere gli schiaffi dalla vita: sono un’irrequieta di natura e non ho paura del giudizio» commenta.

Le sue azioni sono in ascesa, i bookmakers cominciano a scommettere su di lei dopo il sorprendente quinto posto nella classifica generale al termine delle due prime serate. Eppure lei, quando scende le scale dell’Ariston con passo da modella, sembra essere incerta sulla strada da intraprendere: rapper, interprete o sex symbol? «Faccio la “favolosa”», scherza con il suo accento romano che stona un po’ con l’aria da francese raffinata che la contraddistingue. «Lo so, mi diverte giocare con le contraddizioni. Mi piace essere femminile, ma anche un po’ coattella».

LEGGI ANCHE: Guida al Festival di Sanremo 2020

«Il titolo del disco l’ho scelto perché è il modo che ho di affermare me stessa e quello che sono diventata, io figlia di padre italiano e madre della Antille francesi, espressione del melting pot culturale. È un disco inclusivo con sfumature diverse», racconta Elodie, che di cognome fa Di Patrizi. «È più di un disco, è quello che sono in questo momento, è quello che mi piace cantare, ballare e condividere: potrebbe essere tranquillamente una playlist del mio telefono, anche perché sono fan di tutti gli ospiti e dei produttori con cui ho lavorato». Molti, infatti, i duetti presenti: da Gemitaiz a Fabri Fibra, da Lazza a Ernia e Margherita Vicario, passando per The Kolors, Ghemon e lo stesso Marracash. E tra i produttori, oltre a Dardust, figurano anche Takagi e Ketra, Neffa, Michele Canova e Big Fish.

Per la serata delle cover ha scelto “Adesso tu” di Eros Ramazzotti, «una canzone che parla di periferia, da dove vengo anche io: sono nata in un quartiere popolare di Roma». Al suo fianco ha chiamato Aeham Ahmad: «Viene dalle periferie del mondo». Lui canta “nato ai bordi di periferia,” «che è proprio la mia storia», sottolinea Ahmad, nato nel 1988 nel campo profughi di Yarmouk, a Damasco. È diventato famoso per le foto che lo ritraggono mentre suonava tra macerie, disperati e il fragore delle bombe. Immagini che hanno fatto il giro del mondo, trasformando Aeham nel simbolo delle atrocità della guerra in Siria, ma anche dell’inestinguibile volontà dell’uomo a non rassegnarsi all’estetica dell’orrore.

«Chi nasce a Yarmouk, nasce da rifugiato, senza nessuna cittadinanza, né palestinese, né siriana» racconta. «Mio papà fin da piccolo mi ripeteva che dovevo imparare a suonare il piano. Mi pareva assurdo, in quella situazione, in un campo di rifugiati grande come una città di 700mila abitanti. Mi chiedevo che significato potessero avere Mozart, Beethoven, Cajkovskij… A me non piaceva suonare, fino a 16 anni mi sono opposto: papà spingeva, io frenavo. Alla fine ho capito che avevo in mano gli strumenti per cambiare la mia vita, come succede a chi studia medicina o legge».

Nel 2012 comincia la guerra civile in Siria: «Noi siamo sempre rimasti al campo, spesso senza acqua né cibo, in una situazione orribile. L’unica via di uscita era la mia musica e così l’ho usata per denunciare la nostra situazione: fino ad allora nessuno conosceva il campo di Yarmouk, i miei video hanno iniziato a girare, quello era il mio scopo».

Il campo era sotto assedio, morti e macerie aumentavano, ma lui continuava ad accarezzare i tasti. «Non era pericoloso suonare, era la vita a essere pericolosa lì». È rimasto ferito; una ragazza è stata uccisa davanti a lui mentre suonava; del fratello sbattuto in carcere dal regime non ha notizie; Niraz Saied, l’autore dello scatto che lo ha reso un’icona, è stato ammazzato. In quell’inferno alla fine è rimasto solo per strada con il suo pianoforte. Eppure… «Mi manca quella vita, suonare per cinque o sei persone per strada, la mia musica aveva uno scopo». Sono arrivati i jihadisti, gli hanno bruciato il pianoforte: «Nessun rifugiato decide di scappare, sei forzato ad andare via. Non volevo andare in Germania, ma la corrente portava lì. Non sai nemmeno dove stai andando, segui il gregge, come una pecora, non pensi. Ho camminato per 2.500 chilometri».

Si stabilisce a Wiesbaden, il primo concerto l’ha tenuto davanti a 65mila persone, in tre anni e mezzo ha fatto più di 800 esibizioni. «E con i soldi dei concerti sono riuscito a portare con me mia moglie e i bambini, i miei genitori. E ancora una volta la musica mi ha aiutato: ecco, tornano, i miei strumenti, le mie mani. Certo sono contento per la mia famiglia, ma io non sono più stato felice nemmeno un giorno da quando me ne sono andato da Yarmouk».

Tags: 70 Festival di SanremoAeham AhmadElodieFestival di SanremoSanremo 2020
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