70° Sanremo. Rancore: «Sono il Modugno 2.0»

«I rapper sono elementi di rottura, come lo fu “Volare” a suo tempo» sostiene l’artista di madre egiziana e padre romano. «Con il rap non s’inventa nulla, ma si re-inventa tutto». «L’Italia ha perso il suo Eden, io esprimo la rabbia della mia generazione»

Un turbine di parole, di metafore, di labirinti. Di pensieri che vanno più veloci della luce. Rancore ti travolge con la sua parlantina in extrabit. È al suo secondo festival consecutivo: l’anno scorso stupì tutti insieme a Daniele Silvestri con “Argentovivo” che valse loro il Premio della Critica, quest’anno sta raccogliendo il plauso della stampa. Non delle giurie. Che stanno penalizzando i rapper.

«È normale, il rap è un elemento di rottura» non si meraviglia il rapper romano. «Il Festival è lo specchio di quanto accade nella musica italiana: ci sono elementi classici e altri di rottura. Modugno, ad esempio, fu un elemento di rottura con una tradizione. Noi rapper siamo i Modugno 2.0. Siamo un elemento di rottura ed è normale incontrare resistenze. Certo, il rap non è un linguaggio facilissimo, ma è un po’ come il calcio, serve poco per farlo, pochi mezzi, tant’è che è diventato un linguaggio mondiale, fattibile da chiunque. Credo che sia approdato a Sanremo per questo motivo».

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Rancore non sembra patire ansie da prestazione. Tutt’altro. «Non sono qui per competere» spiega. «Vengo dal sottoterra del rap, dove la competizione è il pane. Ma non in questo caso. Avendo un messaggio da trasmettere, mi sarei sentito in colpa se avessi perso l’occasione di farlo ascoltare da tante persone. Io sono soddisfatto del brano. So che il rap è un linguaggio complesso, lo stesso nome che porto, Rancore, fa capire che ho qualcosa dentro e sta per uscire. Per chi non è abituato, lo dico prima del brano: “Questo è un codice”, c’è bisogno di attenzione».

Il brano in questione è “Eden”, un caleidoscopio di immagini e di rimandi. Dentro c’è la mela dell’Eden che è anche la Grande Mela newyorchese, morsa dagli attentati del 2001 («che hanno cambiato la vita di tutti noi») e quella di Isaac Newton. «Sono anni che creo labirinti, mi piace creare universi paralleli, pieni di dettagli. Serve a mantenere viva l’attenzione dell’ascolto, ad accendere i ricettori e a scoprire ogni volta cose nuove. Con il rap non s’inventa nulla, ma si re-inventa tutto».

Madre egiziana, padre romano, Rancore, all’anagrafe Tarek Iurcich, a differenza di altri suoi colleghi parla di ciò che lo circonda: «E quello che vedo è un mondo difficile, un Paese in difficoltà. Per questo motivo salgo sul palco sempre con la faccia arrabbiata, è per esprimere il sentimento di tanti ragazzi trentenni come me. Sorridere per esprimere un altro stato d’animo mi sembrerebbe falso», sottolinea. «Ma il mio non è mai rap politico, prende spunto dalla realtà, anche se la politica è realtà, ma mi piace pensare che la musica possa trovare una terza via di comunicazione».

Da qui il nome d’arte: Rancore, scelto 15 anni fa, al suo primo vagito rap. «I nomi raccontano qualcosa. Il mio, forse, più di altri. Un nome arabo e un cognome slavo, ti deve far domandare: “Che viaggio mi deve far fare?”. In ogni caso all’Ariston porto Rancore per sconfiggere quello che c’è in Italia». Rancore arriva dal Tufello, borgata nordest della capitale. Una di quelle dove Matteo Salvini sarebbe potuto arrivare a suonare il citofono. «Se fosse venuto a citofonare nel mio quartiere, probabilmente da piccolo avrei chiuso gli occhi e avrei guardato da un’altra parte. Non per fregarmene, ma per non dare ulteriore energia a certe entità negative che di questo si alimentano. Cerco di non regalare il mio rancore a chi non voglio. L’Italia ha perso il suo Eden, certi valori che sembravano acquisiti non lo sono più. E la politica non mi rappresenta».

La sua rabbia e il suo pensiero invece vuole che arrivano oltre. Per questo ha scelto il palco dell’Ariston. «Sono a Sanremo per parlare a tutti, anche se stare sul palco è sempre un’eterna sfida con l’altro me stesso. Quello che alla fine della canzone uccido. In fondo sono la persona che temo di più al mondo». “Eden”, come la cover di “Luce”, la canzone di Zucchero con cui Elisa vinse Sanremo nel 2001, presentata nella serata delle cover insieme con La Rappresentante di Lista e l’amico Dardust, sono «i primi due “fuochi” di un nuovo progetto che ancora devo ben delineare. Dopo Sanremo ci sono delle sorprese in arrivo ma tutto deve ancora prendere una forma definitiva. Le collaborazioni potrebbero continuare, anche perché la musica è collaborazione: è l’unione di più strumenti. È questo il senso vero della musica».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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