Il coronavirus mostra la fragilità del mondo

Ogni volta che si destabilizzano determinati equilibri e certezze personali, si affacciano all’orizzonte le paure che hanno accompagnato i destini umani lungo i secoli. Ma non tutti i mali giungono soltanto per nuocere. Spesso stimolano a riflettere e meditare sulla nostra visione globale.

È bastato un virus proveniente dal gigante asiatico, la Cina, a mostrare la fragilità del mondo globalizzato per la velocità di contagio che ha avuto sulla popolazione di tutto il pianeta. Il virus ha generato paura ed è diventato il paradigma di tutte le paure, dove si concentrano le incertezze più spaventose, alimentate anche da una rete di informazioni spesso contraddittorie e confuse. Siamo alla presenza di una realtà umanitaria già frastornata dal sistema multimediale e che si ritrova ora ancora più fragile poiché impreparata a riflettere. La riflessione di fronte agli accadimenti accidentali stimola la ragione ad avere un atteggiamento di fiducia. Fiducia soprattutto nei confronti degli operatori sanitari, che si prestano instancabilmente ad assistere gli ammalati e in quelli impegnati nella ricerca, nelle autorità civili e religiose che tutte insieme operano e lottano per il contenimento e il contrasto al diffondersi del demone virale.

Ritornano alla memoria le epidemie che misero in ginocchio civiltà progredite come la peste, il colera, la “spagnola” e ancora ebola e più recentemente la Sars. Ogni volta che si destabilizzano determinati equilibri e certezze sulle personali sicurezze, si affacciano all’orizzonte le paure che hanno accompagnato i destini umani lungo i secoli. E sempre si è impreparati, psicologicamente e culturalmente. Perfino le fedi vacillano, così che un’epidemia guaribile, diventa pandemia e genera incubi, ansia e paura. L’effetto del coronavirus probabilmente non avrà un impatto rilevante sulla storia, ma sicuramente sui nostri giorni sì perché da quando è esploso il mercato globalizzato è stato messo in seria crisi in ogni parte del mondo.

La nostra è una società, soprattutto quella occidentale, che purtroppo dimentica ed ignora la storia e si lascia spesso dominare dalle banalità, trascorrendo a vivere l’attimo, che è diventato la nostra espressione primaria, la categoria con cui ci rapportiamo con il mondo e con gli altri. Siamo riusciti perfino a cambiare il motto cartesiano seicentesco “cogito ergo sum” in “mostrarsi dunque sono ed esisto”. Di questo culto del presente, di questo “presenzialismo”, l’incubo del mostriciattolo ha fatto vacillare tutte le certezze. La paura appiattisce la dimensione dell’uomo, facendolo vivere in un circolo vizioso senza una possibilità di uscita. Si tratta di una umanità che dagli anni Sessanta è letteralmente soggiogata dalla banalità e dal pensiero dominante della società liquida che ha smarrito la memoria del passato e non ha capacità autonome per prevedere e progettare il futuro. Perciò non ci si rassegna che qualcosa di oscuro, misterioso, inafferrabile può, senza preavviso, trascinare i nostri destini in un tunnel da incubo e terrore.

Vorremmo capire tutto e subito per essere presente, per potere confinare non tanto il virus, ma le nostre ansie e paure, non fosse altro per ritornare ad esistere, ad esserci e dominare. Il coronavirus ha mostrato tutte le nostre debolezze. Ma non tutti i mali giungono soltanto per nuocere, spesso stimolano a riflettere e meditare sulla visione globale dei sistemi degli scambi commerciale e sulla finanza che governa il mondo, ma soprattutto sul mistero della vita e sulla morte, sul silenzio di cui per la verità si ha tanto bisogno e sulla fede.

Dunque il rovescio della medaglia ci fa vedere in termini positivi che non si tratta soltanto di una vendetta del Maligno, perché sappiamo che il male di fronte al bene è stato definitivamente sconfitto da Dio. Un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito Gesù Cristo, perché chiunque crede in lui non vada perduto. Dunque per noi essere umani dotati di ragione e di fede, in relazione alle quali non potrà mai esserci divergenza in quanto realtà profane e realtà di fede hanno origine dal medesimo Dio (Catechismo, 159), si tratta della manifestazione di una rinascita ed una conversione del cuore necessaria per seguire Gesù e cooperare alla sconfitta del male.

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Cesare Capitti

Architetto, già Dirigente Capo Servizio del Dipartimento Urbanistica della Regione Siciliana. Cultore del Settore ICAR 21 Urbanistica, presso il Dipartimento di Progetto e Costruzione Edile della Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Palermo. Esperto di restauro e recupero di Centri Storici. Autore delle pubblicazioni “Governo del territorio e dottrina sociale della chiesa in architettura, urbanistica, ambiente e paesaggio” (Qanat 2013) e "La città della speranza" (Qanat 2016).
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